Quando lo abbiamo scritto, avevamo la certezza che il post sulle guerre di religione sarebbe stato letto da ciascuno dei due schieramenti l’un contro l’altro armati come un endorsement alla posizione del nemico. Ciò è puntualmente accaduto. Da un lato, un lettore de Il Legno storto ci accusa di aver scritto tante parole solo per dire, alla fine, di essere “contro i cattolici del Family Day”. Cosa peraltro non vera. Dall’altro versante Raffaello Morelli, per conto di una fantomatica “Federazione dei Liberali“, ci scrive questa letterina:

Mancano pochi giorni alla celebrazione dell’ultima, piccola guerra di religione italiana. Il 12 maggio, a Roma in piazza Navona si celebrerà il trentatreesimo anniversario del referendum sul divorzio. Una cifra non esattamente tonda ma necessaria agli organizzatori per inseguire e contrapporsi, nella giornata del Coraggio Laico (nientemeno), al Family Day organizzato sempre nell’Urbe, in piazza San Giovanni, dalle associazioni cattoliche, inizialmente in polemica anti-Dico, successivamente modificato in pro-famiglia tradizionale. Fin qui, la nostra posizione sarebbe un classico laissez faire, laissez passer. Se non fosse che queste guerre di religione ci appaiono sempre più come la facile scorciatoia di una società civile del tutto incapace di elaborazioni culturali autonome ed originali, e che necessita quindi di un “precipitato emotivo” immediatamente spendibile per compattarsi su un comune denominatore.

Nei giorni scorsi, l’ennesimo atto di questa guerra di religione ha visto protagonista tal Andrea Rivera, un giovanotto da alcuni frettolosamente definito “comico”, che dal palco dello stucchevole concertone sindacale del Primo Maggio ha ritenuto di dare il proprio contributo alle lotte dei lavoratori sdegnandosi per la mancata celebrazione dei funerali religiosi di Piero Welby, prima di far merenda con alcuni gustosi cavoli portati da casa.

Vale davvero la pena impiegare parte del proprio (scarso) tempo libero per leggersi il testo del disegno di legge sui “diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi“, una piccola aberrazione logica prima ancora che giuridica e politica, destinata a non essere mai trasformata in legge?
Da dove possiamo iniziare, quindi? Forse dallo sconcerto per un testo senza capo né coda, intriso di ipocrisia, incapace di fornire risposte all’unica tipologia di coppie ai cui problemi di convivenza stabile doveva rispondere: gli omosessuali.
Non ci perderemo in stucchevoli calembour sul nome scelto per il disegno di legge, altri lo hanno già fatto.

“Due persone maggiorenni, anche dello stesso sesso, unite da reciproci vincoli affettivi, che convivono e si prestano assistenza e solidarietà materiale e morale, non legate da vincoli di matrimonio, parentela in linea retta, adozione, affiliazione, tutela, curate o amministrazione di sostegno, sono titolari dei diritti e delle facoltà stabiliti dalla presente legge”.

Inizia così il ddl sui “diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi”. Non c’è spazio per il termine “coppie”, forse troppo sconvenientemente descrittivo. Ma questo è veniale.