Approvato oggi dal Consiglio dei ministri il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria 2010-2014. Il governo ci informa che “intende agire per trasformare l’attuale crisi in un’opportunità di sviluppo e di rilancio per l’economia italiana, e più in generale di progresso sociale per il Paese”. Ci stupiremmo di un’affermazione del contrario. Il documento sposa la tesi dei green shoots, segnalando che “negli ultimi due-tre mesi si sono ripetuti segnali non negativi [sic], per l’economia mondiale e per quella italiana. In varie sedi e forme [?, ndr] si ipotizza la ripresa a partire dal 2010″.

Su lavoce.info Tito Boeri segnala che il Dpef 2009-2013, varato due settimane fa dal governo, prevede stime estremamente pessimistiche riguardo il fabbisogno di cassa: 46,1 miliardi a fine anno contro i 23,5 miliardi di euro registrati a fine giugno. Un vero e proprio tracollo, soprattutto considerando che, storicamente, il fabbisogno di cassa (che è cosa diversa dall’indebitamento netto della pubblica amministrazione, sul quale si calcola il rispetto dei parametri di Maastricht, e che è un criterio di competenza) tende a migliorare nel secondo semestre. Il Dpef prevede una crescita del pil nominale (la grandezza rilevante per le entrate fiscali) del 3,5 per cento quest’anno: un dato molto realistico e conservativo, soprattutto considerando che abbiamo un’inflazione tendenziale ormai prossima al 4 per cento (e che ci riporta a sentire l’acuta mancanza della restituzione integrale ed automatica del fiscal drag). E quindi, da dove esce quel numero?

Oggi è il Tremonti-day, il giorno dell’audizione del ministro sul Dpef. E il Nostro ha pienamente corrisposto alle attese. L’andamento delle entrate fa escludere l’esistenza di tesoretti, ha affermato il ministro dell’Economia, e pensiamo abbia ragione da vendere. Affidiamo quindi alla storia questa orribile parola e questo demenziale concetto, figli dell’ormai acquisito analfabetismo economico di ampia parte della sinistra. Tra qualche mese leggeremo su Repubblica e dintorni che il gettito fiscale cala non per la crisi economica bensì perché l’attuale governo strizza l’occhio agli evasori, e qualcuno vorrà riportare Prodi alla guida del Pd, dopo il ritorno di Lippi in nazionale. Non curatevi di costoro, ma guardate e passate. Ma Tremonti ha detto anche altro.

Il Documento di programmazione economica e finanziaria per il periodo dal 2008 al 2011, presentato giovedì scorso dal governo Prodi, rappresenta l’ennesima variante di contabilità creativa attuata da un esecutivo che ha ormai ampiamente oltrepassato la soglia della decenza istituzionale. Ampia parte della costruzione del Dpef ruota sull’allentamento del rientro del rapporto tra deficit e pil. Nella sostanza, dopo aver individuato un extragettito “liberamente spendibile” di 2.5 miliardi di euro (su un totale di 10 miliardi), il governo si è reso conto che l’ampiezza e la vastità delle richieste di spesa da parte delle termiti eque e solidali della maggioranza, terrorizzate dallo smottamento elettorale e di sondaggi, erano tali da assumere contorni “inquietanti”, per usare le parole del flip flopper TPS. E che ti combina, il governo Prodi?

Forse ha ragione chi definisce il Dpef un libro dei sogni, un “vorrei ma non posso”, la lista dei provvedimenti di spesa che il governo (qualsiasi governo) ambirebbe ad introdurre, ma che la ristrettezza delle risorse finanziarie impedisce di realizzare. Per due mesi, questo documento propedeutico e pleonastico alla legge Finanziaria, e che reca in sé il dna della velleitaria pianificazione quinquennale, bloccherà i lavori parlamentari e le prime pagine dei giornali, consentendo a politici, sindacati, imprenditori e opinion maker di avere il proprio quarto d’ora di popolarità, soprattutto quella che deriva da veti e niet. Anche il Dpef 2007-2011 presentato ieri dal governo Prodi è destinato a non sottrarsi alla tradizione, come dimostra la mancata partecipazione al voto in consiglio dei ministri da parte del ministro del Prc, Ferrero, e le susseguenti richieste di “cabine di regia” da parte della sinistra radicale e dei sindacati. Difficile analizzare qualcosa che di fatto non rappresenta neppure una cornice dei provvedimenti che vedranno la luce nei prossimi mesi. Partiamo dagli elementi positivi del documento.