Paese davvero bizzarro, l’Italia. Il presidente dell’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato (per gli amici, Antitrust) si è permesso, nei giorni scorsi, di sollevare dubbi su quella norma del disegno di legge Gentiloni sul riassetto del sistema dell’emittenza e la transizione al digitale, che prevede l’imposizione di un tetto massimo del 45 per cento per la raccolta pubblicitaria di un singolo operatore. Le motivazioni di Catricalà sono piuttosto lineari: per il presidente dell’Antitrust non sarebbe opportuno, dal punto di vista dell’efficienza del mercato, una definizione per legge della posizione dominante, perchè ciò dovrebbe essere frutto di un’istruttoria caso per caso, che spetta all’autorità competente sulla base di una molteplicità di informazioni sulle condizioni del mercato, e non solo delle quote detenute dalle imprese. Per Catricalà, meglio sarebbe tornare nell’alveo della Legge Maccanico, che poneva un tetto ai ricavi degli operatori televisivi pari al 30 per cento ma relativi ad una base di calcolo ben più ampia, che comprendeva pubblicità, canone Rai, convenzioni e abbonamenti della pay-tv. Una legge che salvaguardava lo sviluppo interno delle aziende e le esigenze di pluralismo.