La presidente di Confindustria getta il cuore oltre l’ostacolo: serve una riforma fiscale, a gettito invariato, per ridurre la pressione fiscale su lavoro e imprese. E fin qui, nulla di epocale, direte voi. Se non fosse che, Emma Marcegaglia propone di farlo

«Magari alzando la tassazione sulle rendite finanziarie, lavorando sull’assistenza (i regimi fiscali agevolati) e su qualche lieve aumento dell’aliquota Iva»

Fosse così semplice.

L’Italia, il paese dove c’è sempre una seconda opportunità. Alle parole della presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, sul governo, durante l’intervista in tv da Fabio Fazio, è stata data “una interpretazione differente rispetto a quanto aveva effettivamente espresso”. Lo dice il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, che aggiunge: “Ne ho preso atto volentieri”.

Qui si pensa da molto tempo che Nicola Porro sia un bravo giornalista, oltre ad essere dotato di una confortante propensione pro-market, laddove la norma per i giornalisti sembra quella di essere entusiasticamente  pro-business, quando si passa dalle parti di  Corso Marconi e non solo. Anche (ma non solo) per questo siamo piuttosto perplessi per l’iniziativa della procura di Napoli, ed in particolare di Henry John Woodcock, che consideriamo il migliore spot vivente per Berlusconi ed il suo desiderio di demolire la magistratura italiana fingendo di invocare riforme.

La sciura Emma conferma di avere rotto i ponti col Cav. ed il suo governo del fare chiacchiere. Parlando a Viareggio all’assise di Confindustria Toscana, la Marcegaglia scolpisce:

«Quando si dice che siamo andati meglio di altri Paesi non è vero, siamo stati fortemente colpiti dalla crisi.  Ed oggi c’è la sensazione che stiamo uscendo dalla crisi con una capacita di crescita inferiore alla media europea. L’Italia ha un problema serio di crescita. In questa fase della crisi il peggio è alle spalle ma siamo comunque in un quadro di incertezza»

Già, così dicono i disfattisti.

Il discorso di Emma Marcegaglia all’assemblea annuale di Confindustria è un grido d’allarme e di dolore per l’immobilismo che contraddistingue l’azione del governo in questa difficilissima fase congiunturale. Dapprima, la presa di coscienza che il paese non cresce, e quando lo fa ha un passo di trend che equivale alla stagnazione:

“Senza le riforme, al passo corto che l’economia italiana ha mostrato negli ultimi dieci anni, il ritorno sui livelli produttivi pre-crisi non avverrebbe prima del 2013. Un arco di tempo troppo lungo per non avere conseguenze negative sulla vita dei lavoratori e delle imprese e sulla stessa coesione sociale”