Oggi sul Corriere c’è un pezzo di Federico De Rosa che, partendo dal fiato ormai cortissimo delle cosiddette privatizzazioni (anche considerando che Francesco Caio ha già detto in tutte le lingue che Poste non sarà pronta alla quotazione a fine 2014), dà conto di una proposta all’esame del Tesoro, relativa ad Enel ed Eni. Controparte dell’operazione, l’immancabile dea ex machina Cassa Depositi e Prestiti, a cui pare che Renzi abbia chiesto anche il famoso trenino elettrico di cui parliamo da tempo. Ma non tutto quadra, in questo “piano B”.

Enel ha necessità di procedere ad un aumento di capitale (e/o a dismissioni di asset) stimato tra i 5 e i 7 miliardi di euro per evitare che le agenzie di rating procedano ad un declassamento del suo debito, che è significativamente aumentato dopo l’acquisizione di Endesa. L'”ultimatum” scade il 12 marzo, e i vertici di Enel devono confrontarsi con le ristrettezze finanziarie del Tesoro, che non pare avere soldi per sottoscrivere pro-rata l’aumento mettendo sul piatto tra 1 e 1,4 miliardi di euro per mantenere invariata la propria quota di possesso azionario, oggi al 30 per cento.

Il Tesoro, azionista di maggioranza di Enel, chiede al gruppo di tagliare il proprio piano di stock option. Il rappresentante del Ministero dell’Economia, Mario Stella Richter, intervenendo ieri all’assemblea degli azionisti ha sottolineato l’esigenza di dare, “in un momento come l’attuale, un segnale nella direzione del contenimento della spesa e degli oneri per i vertici delle società controllate dallo Stato”. Mossa che appare come applicazione pratica del neomoralismo tremontiano alle aziende in cui il Tesoro è azionista di maggioranza relativa. Troppa diseguaglianza di reddito nella nostra società, sostiene Tremonti, meglio dare il buon esempio. Lungi da noi l’idea di contestare questo lodevole proposito, ma siamo certi che provvedimenti di questo tipo siano efficaci e sostanziali?

Positiva e razionale conclusione della guerra tra Enel ed E.On per il controllo di Endesa. Ai tedeschi andranno 10 miliardi di euro di asset italiani e spagnoli oggi nella disponibilità diretta ed indiretta (per il tramite di Endesa) di Enel, che potrà così evitare vincoli antitrust successivi al closing dell’acquisizione della utility spagnola. Un gioco a somma maggiore di zero, quindi, dopo mesi di guerra di trincea che stava trasformandosi in una disastrosa guerra di carta bollata. Prosegue quindi l’internazionalizzazione e diversificazione di fonti di approvvigionamento di Enel, malgrado le ottusità della nostra sinistra ambientalista, che tempo addietro aveva pure tentato di impedire ad Enel di acquisire un impianto nucleare in Slovacchia. Ovviamente, il nostro premier ha già messo il cappello sul risultato spagnolo, fingendo di schermirsi. Contento lui, contenti tutti. Nel frattempo proseguono i mal di pancia della sinistra antiamericana, che proprio non riesce a capacitarsi della possibilità che un’azienda statunitense possa acquisire, per motivazioni puramente industriali, un’azienda italiana. E il tic cospirazionista riemerge irrefrenabile.