Nei giorni scorsi, Fabrizio Galimberti ha cercato di rispondere ai “dieci perché dello scossone sui mercati finanziari“. L’impronta è caratteristicamente galimbertiana: l’ottimismo è il profumo della vita. Ma alcune sue risposte non ci convincono appieno. E’ condivisibile l’interpretazione della crisi come frutto di insufficiente regolazione, anche in termini di frammentazione delle competenze tra enti ed agenzie, a livello federale e statale. E’ meno convincente l’ottimismo sulla quantificazione delle perdite delle cartolarizzazioni. E’ vero che attualmente si otterrebbero solo quotazioni a fire-sale, che per definizione sono sacrificate, ma occorre anche considerare che la crisi immobiliare appare lungi dall’aver completato la propria traiettoria.

Sul Sole24Ore Fabrizio Galimberti, editorialista di punta del quotidiano della Confindustria, compie un parallelo tra la stagflazione degli anni Settanta e quella odierna, per giungere a considerare inopportuno il rialzo dei tassi da parte della Bce. In estrema sintesi, Galimberti osserva, un po’ scolasticamente, che i tassi di inflazione core, cioè espressi al netto dei costi per alimentari ed energia, sono rimasti sostanzialmente stabili. E’ infatti consuetudine osservare i tassi d’inflazione al netto di alimentari ed energia per indagare l’esistenza dei cosiddetti second round effects, cioè della diffusione di pressioni inflazionistiche generalizzate all’intera economia, la temuta spirale prezzi-salari. Poiché i tassi core sono rimasti stabili, Galimberti inferisce che non ci sono rischi d’inflazione e che quindi utilizzare la stretta monetaria sarebbe controproducente. Galimberti dovrebbe chiedersi, prima di balzare alle conclusioni, perché è stata introdotta la misura di inflazione core.