Secondo la celeberrima column di quei cattivoni del Financial Times, le banche italiane non stanno affatto bene. “L’economia del paese e le banche sono effettivamente mutualmente dipendenti”. E vabbé, vien da dirsi, dopo un commento del genere il Nobel può attendere. Ma c’è dell’altro: “Non sottovalutate le magagne specifiche al sistema bancario italiano”. E qui c’è più da indagare.

Il Financial Times da qualche tempo sta dedicandosi al ruolo svolto da Tony Blair nella riabilitazione di Muammar Gheddafi. In un articolo comparso ieri, viene rievocata la lunghissima (cinque secondi) stretta di mano tra l’allora premier britannico ed il Colonnello, il 24 marzo 2004, sotto l’immancabile tenda beduina di Tripoli. Quella operazione, definita da Blair “la mano dell’amicizia”, aprì la via alla riabilitazione internazionale dell’uomo che Ronald Reagan definì “cane pazzo”. In cambio della rinuncia alle armi di distruzione di massa, Gheddafi ottenne ampia assistenza da parte di multinazionali occidentali nell’estrazione delle enormi riserve petrolifere libiche.

Forse dovremmo passare un paio di giorni a discutere delle frasi di oggi del Financial Times, come fatto tempo addietro, quando il presunto dibattito pubblico del paese si impiccò ad un non meno presunto elogio dell’inerzia governativa. Una nota interpretativa: non è che il Ft sia la Verità rivelata, ovviamente. Il problema sono gli innumerevoli servi sciocchi (è giunto il momento di sdoganare questa espressione) che lo leggono a targhe alterne, sventolandolo dal balcone quando ci sono i cosiddetti elogi e gridando al complotto del Britannia quando arrivano le legnate.

di Mario Seminerio – Libertiamo

L’Ocse ha pubblicato, il 15 dicembre, l’edizione 2o10 (riferita al 2009) del Revenue Statistics, la raccolta dei dati e tendenze sull’andamento del gettito d’imposta nei paesi membri. Ciò che ha colpito la stampa italiana, e non poteva essere diversamente, è il terzo posto del nostro paese nella classifica della pressione fiscale, alle spalle di Svezia e Danimarca ma davanti al Belgio, che ci precedeva nel 2008. Il nostro quoziente di pressione fiscale, pari al 43,5 per cento, cresce di due decimi di punto percentuale rispetto all’anno precedente. Alcune considerazioni in materia, prima di allargare lo sguardo alla attualità, più o meno stretta.