Leggendo questa intervista di Emma Bonino al Corriere, si viene colti da una sensazione che non sapremmo se ricondurre a prevalente stupore, indignazione o commiserazione. Si, perché leggendo il pensiero della nostra liberista e libertaria Emma, da sempre candidata (da Pannella) a qualcosa, da sempre destinata ad altrettante esaltanti sconfitte, da sempre adusa ad incespicare nei suoi (di Pannella) processi mentali, sempre più simili ad una chicane di gran premio automobilistico, si riesce a prendere coscienza (e senza utilizzare sostanze psicotrope) di quale e quanta ignoranza di temi economici esista in questo paese. E affermando questa triste verità facciamo un favore ad Emma, in nome della stima che avevamo per lei e della nostalgia per il suo periodo migliore, quello bruxellese, casualmente consentitole da una decisione antipartitocratica di Silvio Berlusconi. Si, perché l’unica chiave di lettura alternativa di questa intervista è che la Bonino sia ormai divorata dalla malafede politica.

Eugenio Scalfari, il nouveau philosophe dell’Ancien Régime, l’uomo che spiega la logica al Padreterno, il testimone del “secolo breve”, il costruttivista amante dei totalitarismi e della loro capacità di plasmare l’Uomo Nuovo, liberandolo dalle catene della Storia, è in questo periodo impegnato in un compito assai meno titanico: dimostrare al colto ed all’inclita che la Finanziaria 2007 non è poi così male, anzi che trattasi di artefatto di elevata qualità etica.

Ricordate la contabilità creativa di Tremonti? Le cartolarizzazioni di immobili e crediti di enti pubblici, attuate peraltro in esecuzione di un quadro normativo tracciato nella legislatura 1996-2001? E ricordate gli entusiastici ipse dixit di Fassino e Rutelli all’indirizzo degli editoriali del professor Giavazzi, la scorsa legislatura?

Bene, il professor Giavazzi è tornato, e non fa sconti. Ma abbiamo il legittimo sospetto che la sua voce, oggi, verrà improvvisamente silenziata. Ci preme soprattutto segnalare un passaggio del commento odierno dell’economista, quello riferito al più che probabile scardinamento del sistema previdenziale misto, causato dal trasferimento all’Inps della quota di tfr inoptato, quello dei lavoratori che sceglieranno di non aderire ai fondi pensione integrativi:

Con la presentazione della legge Finanziaria 2007 si stanno meglio precisando gli interventi di ridisegno del sistema impositivo. Tentiamo di riassumere per sommi capi la manovra, e soprattutto di confutare alcuni luoghi comuni letti e sentiti in questi giorni.

In primo luogo, governo e maggioranza sostengono che la nuova curva Irpef servirebbe a ripristinare la progressività d’imposta gravemente minata dall’azione del governo precedente. Ma è proprio cosi? Secondo alcuni, la progressività del sistema fiscale, richiesta dall’articolo 53 della costituzione, si può raggiungere solo attraverso il sistema delle aliquote per scaglioni d’imposta. E’ falso.

Alcuni numeri per rendere meglio l’idea dell’incomprimibilità della spesa pubblica italiana: 144 miliardi di euro di costi del personale, 100 miliardi di spese per acquisto di beni e servizi. La Difesa, composta ormai da un esercito di soli professionisti, con immobili per un valore di almeno tre miliardi di euro vuoti ed inutilizzati a causa della riduzione del personale; le forze di polizia che contano su un organico di 559 agenti per ogni 100.000 abitanti, mentre in Francia e Gran Bretagna il rapporto è pari a circa la metà, e non risulta che quei paesi abbiano rilevanti problemi di sicurezza rispetto al nostro. La scuola, la linea del Piave della sinistra politica, sociale, sindacale ed ipercorporativa, ha un organico di insegnanti, per oltre la metà ultracinquantenni, che stanno in cattedra 100 ore in meno l’anno rispetto ai colleghi europei, oltre a contare classi più piccole della media europea. Ci sono oltre 120.000 docenti precari, con un turnover che in un quinquennio ne farà uscire altrettanti. Eppure, tentare di razionalizzare organici e spesa, portandoli gradualmente a convergere verso la leggendaria media europea, appare uno sforzo destinato ad essere frustrato alla radice.

In vista dell’inizio del confronto con le parti sociali e della scrittura della Finanziaria, il governo starebbe lavorando ad un’ipotesi che prevede di convogliare all’Inps, dopo il decollo della riforma della previdenza complementare, una quota rilevante del trattamento di fine rapporto dei lavoratori. L’obiettivo minimo è di trasferire quanto meno la quota di Tfr che risulterà “inoptata” allo scadere del periodo di sei mesi di silenzio-assenso. Per meglio comprendere il meccanismo basti sapere che i lavoratori, con la nuova riforma previdenziale, saranno automaticamente iscritti ad un fondo complementare a meno di esercitare entro sei mesi, in modo esplicito, la volontà di mantenere il proprio Tfr. Si tratta del cosiddetto regime di “opt-out”, che dovrebbe garantire la crescita rapida della massa gestita dalla previdenza complementare. Come noto, attualmente il trattamento di fine rapporto rappresenta una forma molto conveniente di finanziamento aziendale, poiché l’accantonamento delle somme destinate alla liquidazione resta nella disponibilità dell’azienda fino alle dimissioni del lavoratore, e prevede un meccanismo di rivalutazione inferiore ai tassi praticati dagli istituti di credito. Con l’ipotesi di riforma elaborata dal precedente governo, sono previste delle forme di finanziamento agevolato alle imprese per compensare la perdita della disponibilità dei fondi di liquidazione dirottati alla previdenza integrativa.

Scrive la Banca Centrale Europea, a pagina 67 del proprio Bollettino Economico di settembre:

“In Italia, in luglio, il governo ha rivisto in ulteriore rialzo le proprie previsioni di bilancio per il 2006, indicando un rapporto tra deficit e prodotto interno lordo del 4 per cento, sopra l’iniziale obiettivo del 3.5 per cento contenuto nel programma di stabilità presentato a dicembre 2005 (dal precedente governo, ndPh), e solo marginalmente sotto il quoziente di deficit del 2005. I dati rivisti tengono già conto della manovra correttiva adottata dal governo alla fine di giugno, con effetti di consolidamento molto piccoli per il 2006 e con la maggior parte dell’aggiustamento inteso a ridurre il deficit nel 2007. Il brillante andamento del gettito fiscale derivante da favorevoli condizioni cicliche e, in parte, dai protratti sforzi per combattere l’evasione fiscale stanno avendo un impatto positivo sul bilancio. Questi dati implicano uno scarso o nullo aggiustamento strutturale nel 2006, quando l’effetto delle misure temporanee sarà svanito, contrariamente all’impegno ad un aggiustamento strutturale pari ad almeno lo 0.8 per cento del prodotto interno lordo.”

Ha certamente ragione, il presidente della Camera, quando afferma:

“Al di là che sia sacrosanta o inutile, la manifestazione è il disagio di una parte del movimento dei lavoratori e va sempre rispettato”.

Ha un pò meno ragione quando afferma:

“Credo che una classe dirigente seria, come noi siamo si dovrà far carico delle ragioni di chi protesta. Questa è la democrazia, che è fatta da chi va in piazza e da chi governa. Chi governa deve assumere le proprie decisioni, chi va in piazza è bene sia ascoltato”.

Questa affermazione, sulla falsariga delle dichiarazioni di altri esponenti democristian-centristi (Rotondi, Cesa), sembra far trasparire la nostalgia per i bei tempi andati della “concertazione”, quella magica congiuntura astrale che ha regalato al paese un rapporto tra debito e prodotto interno lordo pari al 108 per cento (e non al 120 per cento come scrive, nel numero in edicola da oggi, lo strombazzatissimo Economist nel suo non meno strombazzato dossier sull’Italia). In una democrazia compiuta, i voti auspicabilmente si contano e non si pesano, men che meno nelle piazze.

Agghiacciante descrizione degli effetti del taglio dei trasferimenti agli enti locali, disposto dalla Finanziaria, sull’operatività del comune di Roma. Dopo la pavloviana premessa circa “una manovra che mette a repentaglio la coesione sociale e civile di questo Paese“, il sindaco Veltroni spiega che, se il governo non farà marcia indietro, l’amministrazione sarà costretta a spegnere 20 mila lampioni sui 150 mila esistenti in città, partendo da questa cifra curiosa per dare il via a un elenco lunghissimo di tagli.