Cresce il numero di stati dell’Unione costretti a mettere le mani nelle tasche dei contribuenti per tentare di frenare l’emorragia delle casse pubbliche. Di fronte a buchi di bilancio che stanno diventando voragini, dall’inizio dell’anno sono 23 gli stati che hanno aumentato le tasse, ed altri 13 stanno considerando l’opzione in vista dell’approvazione del bilancio 2009-2010. Nella maggior parte dei casi questi inasprimenti d’imposta sono complementari a tagli dei servizi pubblici. Gli aumenti interessano le imposte sul reddito, sulle vendite e sulle imprese e prendono di mira un po’ tutto, dalle slot machines alle targhe personalizzate delle auto, ai pernottamenti in albergo (settore peraltro già in grave crisi), ad alcolici e tabacco.

Ma questo potrebbe essere solo l’inizio, visto che è pressoché certo che il deficit da colmare risulterà ben maggiore rispetto alle stime: ben 37 stati, secondo un sondaggio del Wall Street Journal, hanno visto cali del gettito fiscale superiori a quanto preventivato nel primo trimestre del 2009. L’inasprimento fiscale, che pare ineluttabile, finirà con il contrastare l’effetto espansivo del pacchetto di stimolo federale, ed aggraverà la recessione e la disoccupazione, che in molti stati ha già raggiunto picchi storici.

Ricordate la frenesia propagandistica con cui in Italia, fino a pochi mesi addietro, si sostenevano le ragioni ed i meriti della flat tax? Una panacea, la ricetta per la crescita economica perpetua, una cornucopia di gettito fiscale con aliquote minime. Da noi, alcuni giovanotti di belle speranze e grandi capacità di arrampicarsi (sugli specchi e nella propria carriera politica) ne avevano fatto il simbolo di un programma economico tanto luccicante quanto improbabile, vista l’ignoranza in materia del suo estensore. I modelli erano i paesi dell’Est Europa, inclusi i Baltici, il cui “impressionante” boom economico, subito dopo l’introduzione dell’aliquota fiscale unica, li aveva rapidamente fatti assurgere a paradigma per tutto il pianeta, segnatamente per il nostro sfigatissimo paese di piccoli demagoghi in perenne campagna elettorale. Solo granitiche certezze, nessun dubbio circa la possibilità che altro fosse alla base della forte crescita di quelle economie, oltre alla fiscalità. E giù bacchettate ai miscredenti, accusati di criptocomunismo per il solo fatto di aver sollevato dubbi di metodo e di merito. Oggi assistiamo al crollo delle economie che avevano introdotto la flat tax, e sentiamo un assordante silenzio da parte degli adepti della setta della tassa piatta.

A partire da giovedì prossimo i francesi riceveranno a casa la propria dichiarazione dei redditi, precompilata, ed avranno tempo fino al 30 maggio per restituirla all’amministrazione fiscale. Ma oltre che per snail mail, la dichiarazione precompilata sarà gestibile via internet. I contribuenti la troveranno online a partire da venerdì 2 maggio sul sito www.impots.gouv.fr.

Come avviene dal 2006, la dichiarazione sarà precompilata con la situazione familiare ed i principali redditi dichiarati da datori di lavoro ed organismi sociali: salari, pensioni, indennità di disoccupazione, indennità giornaliere di malattia. Il contribuente dovrà quindi limitarsi a verificare le informazioni, correggerle se necessario, completarle (se del caso) con altri redditi o riduzioni d’imposta e sottoscrivere la dichiarazione o validarla su internet, prima di inviarla al fisco.

di Mario Seminerio –  ©LiberoMercato

Tra i principali testimonial a favore della flat tax figurano certamente gli stati baltici (Estonia, Lettonia e Lituania), tra i primi ad introdurre l’aliquota unica sui redditi personali. Ma le crescenti difficoltà economiche di questi paesi, e di alcuni altri del blocco dell’Europa orientale rappresentano un’opportunità per una indiretta analisi critica di questa tipologia di sistema fiscale. La premessa metodologica deve essere quella di invitare il lettore, sia esso specialista o meno, a non voler cogliere rapporti immediati di causa ed effetto tra fenomeni economici: sarebbe un grave errore. L’economia è una scienza sociale, analizza sistemi complessi entro i quali si svolgono processi assai imperfettamente modellizzabili, quali le scelte degli agenti economici.

Il titolo di questo post, oltre a non rappresentare fedelmente il nostro pensiero, è volutamente provocatorio. Lo utilizziamo per gettare un sasso nella piccionaia delle adesioni entusiastiche, e spesso acritiche, con cui il tema della tassazione proporzionale del reddito personale viene accolto in questo periodo da quella parte di opinione pubblica che si definisce di orientamento liberale, liberista o più genericamente antistatalista.
E’ d’obbligo una premessa, per meglio inquadrare il contesto originario in cui la flat-tax è stata proposta per la prima volta, anni addietro, da Steve Forbes. Non ci soffermeremo sulle qualità attribuite a questo tipo di tassazione, che avremo comunque modo di analizzare tra poco, per evidenziare che non sempre di qualità si tratta. Vogliamo sottolineare che la proposta di Forbes era esplicitamente mirata alla tassazione del reddito da parte del governo federale. Ciò, se da un lato è coerente con la dottrina conservatrice dello “stato minimo”, quella che prevede il taglio della spesa pubblica durante le espansioni e la riduzione della tassazione durante le recessioni, è tuttavia soprattutto funzionale all’ideologia federalista, che mira a ricondurre la tassazione il più vicino possibile alle comunità locali, in modo che ad esse sia effettivamente demandata la scelta del sistema fiscale.