E’ vero che è assai poco pop ricordarlo, ma l’Italia è e resta una repubblica parlamentare. Il problema è che qualcuno, preso da trance agonistica, ha finito col dilatare a dismisura non tanto la celeberrima (o famigerata) “costituzione materiale”, quanto i propri desiderata. E poiché siamo un popolo di schierati (non scherani, mi raccomando) e polarizzati/polarizzanti, da oggi abbiamo ripristinato la par condicio anche tra i presidenti dei due rami del parlamento.

Dopo il convivio a casa di Gianni Letta, scoppierà la pace tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini? Pare sia andato tutto bene, almeno a giudicare dalle prime dichiarazioni degli entourages dei due leader. La sintesi più efficace è quella di Fabrizio Cicchitto: “adesso bisogna combinare una concezione leaderistica del partito-movimento con quella che richiede sedi permanenti di dibattito e un serio lavoro sul territorio”. Vero, forse i termini della questione sono sempre stati quelli. Fini è portatore di posizioni che egli stesso definisce “di minoranza” nel Pdl, su immigrazione e bioetica. Giungere a momenti dialettici “strutturati” entro il partito, senza che ciò debba determinare accuse di tradimento da parte di schiumanti militanti o minacce di dossieraggio sarebbe già un gran bel passo avanti.

Le dichiarazioni di Gianfranco Fini sul testamento biologico sono, al solito, l’ennesima manifestazione di buonsenso (nell’accezione inglese del termine, commonsense, che sconfina nella banalità). Qualcuno potrebbe ragionevolmente affermare che in questa frase

«Non voglio fare nessuna crociata contro i cattolici, per i quali ho il massimo rispetto, ma chi dice che su queste questioni decide la Chiesa e non il Parlamento per me è un clericale. Io dico di no, spetta al Parlamento decidere». «Ogni cittadino e ogni parlamentare deve rispondere alla sua personale coscienza. Su questioni relative alla vita e alla morte non ci può essere un vincolo di maggioranza o di partito»

Oppure in questa

«Non credo che si tratti di favorire la morte ma di prendere atto della impossibilità di impedirla, affidando all’affetto dei familiari e alla scienza dei medici la decisione»

vi sia qualcosa di rivoluzionario o di sovversivo del ruolo istituzionale di chi le ha pronunciate?

Come spiegava Giulio nostro:

«E’ in atto un cambiamento radicale per cui stiamo uscendo da un mondo dominato da ideologie di mercato, in gran parte idealizzate, e variante caricaturale di quello che era davvero il liberalismo; stiamo uscendo da un mondo in cui la società era dominata da un certo tipo di consumi per beni, anche superflui, addizionali, non c’era sanzione, anzi, c’era spinta a comprarli a debito. Ora stiamo entrando in un mondo in cui quel paradigma, quel modello sociale, non sta più in piedi. Entriamo in un mondo in cui il paradigma del pendolo della storia tornerà ad essere quello del bene collettivo, del bene comune, della domanda pubblica per investimenti di interesse generale. La funzione sostitutiva della politica, che per 10-15 anni ha avuto il mercato, è finita. La politica non può essere più sostituita dal mercato. I Governi non hanno la forza temuta per eccesso di potere e non hanno neanche le risorse finanziarie per fare un eccesso pervasivo, collettivistico, dominante, di potere, ma deve tornare una visione che guarda il futuro e nel futuro vede il ruolo della politica per realizzare il bene collettivo, alternativo rispetto al mercato, che ha dimostrato un qualche tipo di fallimento» (Giulio Tremonti, 25 novembre 2008);

Il mercato ha fallito, quindi? Prima, definire mercato.

Anche Michele Boldrin si è accorto dell’assai poco strisciante linciaggio di cui Gianfranco Fini da settimane è fatto oggetto entro le mura della cittadella del Popolo della Libertà. Diciamo “anche” nel senso che la sua fortunata distanza, fisica e culturale, da quanto accade in questa disgraziata penisola potrebbe metterlo al riparo da alcuni miserrimi teatrini ma, purtroppo per lui, Michele mantiene una insana passione politica per tutto quanto accade nel Belpaese, e quindi diciamo che se le va a cercare. La posizione di chi scrive è nota e verrà testé ribadita: il presidente della Camera proferisce parole di comune buon senso, nulla di realmente rivoluzionario. Manca ancora una elaborazione compiuta sui temi economici, anche se la direzione pare essere quella di aderire alle indicazioni (altra costruzione di puro buonsenso) del governatore di Bankitalia. Ma nel complesso leggiamo e ascoltiamo parole di “normalità” in un paese che normale ha pervicacemente deciso di non essere. Dobbiamo ancora comprendere se le posizioni espresse da Fini, segnatamente quelle che divergono in modo evidente dal mainstream del Pdl, sono frutto di tatticismi o sono un effettivo cambio di visione politica, anche se siamo sempre più inclini a sposare la seconda ipotesi.

La domanda sorge spontanea: Gianfranco Fini è destinato a diventare il soprammobile, pregiato ed un po’ ingombrante, del Pdl? A sentire il suo intervento al congresso fondativo del partito, e soprattutto alcune reazioni “di peso”, tra il fastidio e la puntualizzazione, la risposta pare affermativa. La cosa che più colpisce è che Fini ha pronunciato concetti di senso comune, non particolarmente dirompenti. Il misto di sorpresa e sollievo che ha colto chi, come noi, crede alla possibilità che anche in Italia si possano affermare alcuni princìpi liberali di base, è indicativo del clima politico che si respira in questo paese. Fini ha parlato della necessità di riformare la seconda parte della Costituzione in modo condiviso con l’opposizione (appena la ritroviamo, e potrebbe volerci un po’), di società multietnica e del rifiuto dello “stato etico”, quello che ha finora legiferato in modo invasatamente farsesco sul testamento biologico “all’italiana”. Un discorso strutturato e problematico, che esprime posizioni scomode che mal si addicono ad un partito costruito su granitiche certezze.