Per essere coerente e conseguente con la chiamata alle armi del Dal Verme, Giuliano Ferrara riprende e rafforza dalle colonne del Giornale le recenti accuse di neghittosità rivolte a Giulio Tremonti. La cosa non stupisce: il berlusconismo è una rivoluzione e, come tale, ha un’elevata propensione a mangiare i propri figli, fino all’implosione finale.

Ora che il referendum di Mirafiori è passato, e torme di liberisti affollano colonne di giornali, blog e social network spiegando che l’esito è cosa buona e giusta (e lo è, così la palla torna nella metà campo del condottiero dei due mondi, che potrà dimostrare la sua visione strategica globale senza più l’alibi della scarsa produttività del lavoro italiano), vorremmo omaggiarvi di quello che crediamo dovrebbe diventare il motto di questo paese: l’armiamoci e partite, l’eccezione alla regola, la cultura della deroga, il dura lex (economica) sed lex, applicato alla nostra morale così poco calvinista, in fondo. Per non dire così profondamente cattolica, ma non vorremmo che qualcuno si offendesse.

Al Direttore – Leggiamo da mesi le conviviali elucubrazioni newyorchesi di Christian Rocca e di tal prof. Franco Zerlenga. Senza voler necessariamente salvare il primo, Le scriviamo perché le opinioni di quest’ultimo ci sembrano spesso fondate su assunti deboli o dubbi. Il quotidiano che Lei dirige celebra con una certa frequenza le “particolari” idee di Zerlenga (a nostro modo di vedere, uno strana forma di liberal progressista con il tatuaggio di Umberto Bossi sul bicipite). E a loro sostegno viene offerto il ritornello: “ex-professore di Storia dell’Islam alla NYU”. In realtà, se si conduce una semplice ricerca su google.com e scholar.google.com, oltre che sui motori di ricerca accademici (da worldcat, jstor, proquest, a lexis-nexis), non si ottiene alcuna informazione. Zero, niente, nada, nichts.