Ricevo e volentieri pubblico:

Egregio Titolare, il Processo Civile Telematico (PCT) è certamente una idea ottima, anzi indispensabile: un processo fatto di carta e di udienze rese cartacee dal verbale che se ne redige, aspettava soltanto di entrare nell’era informatica. E lo si è fatto: secondo il Ministro Orlando con una “considerevole riduzione dei tempi di trattazione delle cause”.

Con alcuni “però”.

Se qualcuno pensa che le nuove (si fa per dire) tecnologie siano caratterizzate dal fenomeno del downsizing, cioè dell’aumento di prestazioni con riduzione dei costi, si ricreda. In Italia, nel settore della giustizia, non è così, scrive Guido Scorza sul suo blog:

«La copia di 64 dvd depositati dall’accusa in un processo penale, necessaria a consentire all’imputato di difendersi costa, a quest’ultimo, oltre 18 mila euro»

Sono 295,16 euro per ogni copia di atti effettuati su supporto digitale richiesta da un cittadino, nel civile e nel penale, secondo le tariffe decise dal Ministero della Giustizia a gennaio 2009. L’aspetto più inquietante di questa caratteristica inflazione tariffaria all’italiana è che fino a quella data il costo di duplicazione era di “solo” 129 euro per copia.

Modificare il reato di corruzione in atti giudiziari (art. 319 ter) così da specificare che è da ritenersi non punibile la corruzione “susseguente”: cioè quando la promessa o la dazione di denaro è successiva all’atto compiuto per favorire o danneggiare una parte in un processo. Sarebbe questa – secondo quanto si è appreso in ambienti della maggioranza di governo – una delle ipotesi tecniche al vaglio del Pdl che potrebbe trasformarsi in una legge ‘ad hoc’ o in un emendamento ad uno dei ddl all’esame del Senato, probabilmente anche quello che fissa a sei anni la durata massima dei processi.

Quali sono le radici profonde del male, neanche troppo oscuro, della giustizia italiana? Per Mauro Mellini, avvocato, già deputato radicale al Parlamento per quattro legislature, già membro (1993-1994) del Consiglio Superiore della Magistratura,

“La crisi gravissima della giustizia italiana non è un problema tecnico, né una semplice sommatoria di deficienze e di deterioramenti, ma la conseguenza necessaria di una deviazione oramai assai accentuata e persistente della funzione giudiziaria dal suo naturale alveo.”

La magistratura non ritiene più che il suo compito sia quello di accertare la verità al di là di ogni ragionevole dubbio e di applicare le leggi vigenti secondo criteri interpretativi certi e universalmente riconosciuti, ma, invece quello di una “promozione sociale” alla quale finalizzare (e sacrificare) l’una e l’altra di quelle funzioni.

Mellini ha creato il sito Giustizia Giusta, dal quale si accinge a prendere vita l’omonima associazione, basata sull’affermazione di un principio di fondo: la necessità che i giudici debbano essere al servizio della legge e che la legge non debba essere strumento della politica della corporazione dei magistrati.