Ieri a Davos il presidente del consiglio, Giuseppe Conte, ha tenuto il suo “atteso” discorso, davanti ad una platea non particolarmente folta. L’evento non resterà negli annali della storia ma è stato l’occasione per ribadire alcuni assai logori luoghi comuni che fanno ormai parte della cultura mainstream di questo paese, e che ne garantiranno il declino.

Ma lo capirete quando sarà tardi

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

I mercati finanziari sono tornati sotto pressione, in quella che pare essere una costante: tentativi di recupero intervallati da esplosioni di avversione al rischio. I catalizzatori di queste fasi si avvicendano, con ripetitività esasperante: la Cina, la Federal Reserve e i tassi americani, le tensioni in Eurozona, il referendum sulla Brexit. Il mondo galleggia sulla liquidità ma le stime di crescita globale tendono ad essere riviste al ribasso, ormai da molti trimestri a questa parte.

Oggi, sul Corriere, c’è un cosiddetto editoriale del professor Giovanni Sartori. La notizia, in sé, non avrebbe alcuna rilevanza se non fosse per i concetti del tutto stralunati che in tale editoriale compaiono, e che pongono un problema piuttosto oggettivo (come si diceva ai tempi delle suggestioni rivoluzionarie) sulla qualità di quello che compare negli spazi dei commenti della stampa italiana che “conta” per l’improbabile formazione ed informazione di quell’Ufo chiamato opinione pubblica.

Da dove iniziare a recensire l’ultima fatica letteraria del nostro ministro dell’Economia? Difficile immaginarlo, tali a tanti sono i piani di analisi e diagnosi in essa confusamente affastellati. Ricorriamo allora ad un miserrimo espediente, che la dice lunga sulla nostra inadeguatezza a comprendere i paradigmi del libro: seguiamo la numerazione delle pagine, il nesso verrà.

di Mario Seminerio

Tira una brutta aria, per il liberismo ed i liberisti: un gelido vento di recessione sta gonfiando le vele di quanti, soprattutto in Occidente, invocano interventi a vario titolo protezionistici, per “difendere” (illusoriamente, sia ben chiaro) il potere d’acquisto dei lavoratori ed i loro impieghi. Ha cominciato il presidente francese Sarkozy, lo scorso anno, quando le cose andavano ancora discretamente per l’economia europea, parlando di “protezione” dei cittadini-lavoratori dalla mondialisation, la strega cattiva che agita i sonni di stati costruiti su sistemi di welfare particolaristici, costosi ed inefficienti. Lungi dall’essere battistrada di un ripensamento critico dello stato sociale, la sortita di Sarkozy è da subito apparsa un tentativo maldestro di cambiare regole del gioco ben più grandi di un singolo stato o addirittura di un’area economica. Ma il tema del ripensamento critico della gestione degli effetti della globalizzazione è da tempo ben presente anche nel dibattito politico statunitense, in quest’anno di elezioni.