Ma lo capirete quando sarà tardi

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

I mercati finanziari sono tornati sotto pressione, in quella che pare essere una costante: tentativi di recupero intervallati da esplosioni di avversione al rischio. I catalizzatori di queste fasi si avvicendano, con ripetitività esasperante: la Cina, la Federal Reserve e i tassi americani, le tensioni in Eurozona, il referendum sulla Brexit. Il mondo galleggia sulla liquidità ma le stime di crescita globale tendono ad essere riviste al ribasso, ormai da molti trimestri a questa parte.

Oggi, sul Corriere, c’è un cosiddetto editoriale del professor Giovanni Sartori. La notizia, in sé, non avrebbe alcuna rilevanza se non fosse per i concetti del tutto stralunati che in tale editoriale compaiono, e che pongono un problema piuttosto oggettivo (come si diceva ai tempi delle suggestioni rivoluzionarie) sulla qualità di quello che compare negli spazi dei commenti della stampa italiana che “conta” per l’improbabile formazione ed informazione di quell’Ufo chiamato opinione pubblica.

Da dove iniziare a recensire l’ultima fatica letteraria del nostro ministro dell’Economia? Difficile immaginarlo, tali a tanti sono i piani di analisi e diagnosi in essa confusamente affastellati. Ricorriamo allora ad un miserrimo espediente, che la dice lunga sulla nostra inadeguatezza a comprendere i paradigmi del libro: seguiamo la numerazione delle pagine, il nesso verrà.

di Mario Seminerio

Tira una brutta aria, per il liberismo ed i liberisti: un gelido vento di recessione sta gonfiando le vele di quanti, soprattutto in Occidente, invocano interventi a vario titolo protezionistici, per “difendere” (illusoriamente, sia ben chiaro) il potere d’acquisto dei lavoratori ed i loro impieghi. Ha cominciato il presidente francese Sarkozy, lo scorso anno, quando le cose andavano ancora discretamente per l’economia europea, parlando di “protezione” dei cittadini-lavoratori dalla mondialisation, la strega cattiva che agita i sonni di stati costruiti su sistemi di welfare particolaristici, costosi ed inefficienti. Lungi dall’essere battistrada di un ripensamento critico dello stato sociale, la sortita di Sarkozy è da subito apparsa un tentativo maldestro di cambiare regole del gioco ben più grandi di un singolo stato o addirittura di un’area economica. Ma il tema del ripensamento critico della gestione degli effetti della globalizzazione è da tempo ben presente anche nel dibattito politico statunitense, in quest’anno di elezioni.

Non viviamo nel migliore dei mondi possibili, è vero. La globalizzazione appare inarrestabile e non governabile. O forse così appare proprio ora che sta iniziando a beneficiare popoli e paesi diversi da quelli occidentali. Perché quello che sta accadendo, oggi, è un’imponente trasferimento di ricchezza verso il mondo “altro” dall’Occidente. Ma definirlo trasferimento è del tutto erroneo, a pensarci bene. Evoca l’idea di un gioco a somma zero, perniciosa forma mentis che abbiamo ereditato dalle due Chiese, quella cattolica e quella marxista. Anche per questo motivo non si può non restare perplessi di fronte alle considerazioni odierne del papa all’Angelus:

“Anche oggi resta vero quanto diceva il profeta: nebbia fitta avvolge le nazioni. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro. (…) I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale”

Per una volta, i lettori ci perdoneranno, vorremmo infrangere la regola che ci autoimpone di non commentare posizioni del pontefice, perché consapevoli che la chiesa fa pur sempre la chiesa, e sta su un piano di lettura ed analisi profondamente diverso da quello di noi agnostici.

Volendo commentare la puntata di ieri di Annozero, dedicata alle difficoltà economiche di molte famiglie italiane, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta. Mattatore indiscusso della serata è stato l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Il quale, tra le innumerevoli altre cose, non ha trovato di meglio che prendersela con i tempi della globalizzazione, a suo dire troppo rapidi. Come se fosse possibile gestire il timing delle trasformazioni socio-economiche planetarie. Tremonti ha sfoderato i suoi abituali cavalli di battaglia: l’euro, l’illiberalismo del modello economico cinese (e ha aggiunto pure di quello indiano), la voracità ed avidità senza scrupoli delle cattivissime banche italiane, il protezionismo “buono”, quello che ci protegge dalla “Nuova Compagnia delle Indie” chiamata Gazprom. A fare da sparring partner a Tremonti, Santoro ha pensato bene di chiamare un’anima popolana come Gianfranco Funari. Oltre, naturalmente, a mettercene del proprio, lamentando l’eccessivo apprezzamento dell’euro rispetto non solo al dollaro, ma anche allo yuan cinese. Un vecchio riflesso condizionato degli anni ruggenti delle svalutazioni competitive italiane di cui, abbiamo appreso ieri sera, destra e sinistra italiana sentono una struggente mancanza. A tentare di arginare questa rimpatriata di nostalgici bipartisan, l’eroico Alessandro De Nicola, presidente di The Adam Smith Society.