Non viviamo nel migliore dei mondi possibili, è vero. La globalizzazione appare inarrestabile e non governabile. O forse così appare proprio ora che sta iniziando a beneficiare popoli e paesi diversi da quelli occidentali. Perché quello che sta accadendo, oggi, è un’imponente trasferimento di ricchezza verso il mondo “altro” dall’Occidente. Ma definirlo trasferimento è del tutto erroneo, a pensarci bene. Evoca l’idea di un gioco a somma zero, perniciosa forma mentis che abbiamo ereditato dalle due Chiese, quella cattolica e quella marxista. Anche per questo motivo non si può non restare perplessi di fronte alle considerazioni odierne del papa all’Angelus:

“Anche oggi resta vero quanto diceva il profeta: nebbia fitta avvolge le nazioni. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro. (…) I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale”

Per una volta, i lettori ci perdoneranno, vorremmo infrangere la regola che ci autoimpone di non commentare posizioni del pontefice, perché consapevoli che la chiesa fa pur sempre la chiesa, e sta su un piano di lettura ed analisi profondamente diverso da quello di noi agnostici.

Volendo commentare la puntata di ieri di Annozero, dedicata alle difficoltà economiche di molte famiglie italiane, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta. Mattatore indiscusso della serata è stato l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Il quale, tra le innumerevoli altre cose, non ha trovato di meglio che prendersela con i tempi della globalizzazione, a suo dire troppo rapidi. Come se fosse possibile gestire il timing delle trasformazioni socio-economiche planetarie. Tremonti ha sfoderato i suoi abituali cavalli di battaglia: l’euro, l’illiberalismo del modello economico cinese (e ha aggiunto pure di quello indiano), la voracità ed avidità senza scrupoli delle cattivissime banche italiane, il protezionismo “buono”, quello che ci protegge dalla “Nuova Compagnia delle Indie” chiamata Gazprom. A fare da sparring partner a Tremonti, Santoro ha pensato bene di chiamare un’anima popolana come Gianfranco Funari. Oltre, naturalmente, a mettercene del proprio, lamentando l’eccessivo apprezzamento dell’euro rispetto non solo al dollaro, ma anche allo yuan cinese. Un vecchio riflesso condizionato degli anni ruggenti delle svalutazioni competitive italiane di cui, abbiamo appreso ieri sera, destra e sinistra italiana sentono una struggente mancanza. A tentare di arginare questa rimpatriata di nostalgici bipartisan, l’eroico Alessandro De Nicola, presidente di The Adam Smith Society.

Sull’euro, Tremonti ha rilanciato:  non sarebbe stato comunque sufficiente il sistema del doppio cartellino di prezzo (in lire ed euro), per arginare la “speculazione” degli arrotondamenti e la scarsa dimestichezza dei cittadini, soprattutto anziani, con il valore delle monetine. Né sarebbe bastata l’introduzione della banconota da un euro. No, occorreva, in realtà la doppia circolazione monetaria tra valute nazionali ed euro. Ora, il doppio cartellino non è mai stato introdotto, ed al ministero dell’Economia, in quei tempi, c’era Tremonti. Certo, non sarebbe stato la panacea di tutti i mali, ma sarebbe servito. La doppia circolazione monetaria avrebbe causato la rapida dismissione dell’euro come valuta di uso comune, come facilmente intuibile, con problemi aggiuntivi legati al controllo della circolazione cartacea nel paese. Ma Tremonti, che ha sostenuto per quattro anni che i problemi dell’economia italiana erano pressoché esclusivamente imputabili all’attacco alle Twin Towers (salvo fare tardiva autocritica di fronte all’evidenza di paesi che avevano ristrutturato con successo la propria economia), ha evidentemente bisogno di tempo per elaborare la propria visione del mondo. Forse sarebbe stato meglio, nella preparazione alla moneta unica, intervenire nella liberalizzazione dell’economia italiana, ma Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi, che quella fase gestirono, erano troppo intenti a bloccare il tiraggio di tesoreria delle amministrazioni locali, per abbattere artificiosamente il deficit e rientrare nel leggendario “tre-punto-zero”, per curarsi di questi dettagli.