Nei giorni scorsi Alan Greenspan ha argomentato, sul Financial Times, contro i rischi della regolazione dei mercati finanziari attuali, caratterizzati da opacità ed interazioni complesse, del tipo “black box“. La predica, per sé, potrebbe anche essere condivisibile, se non fosse per il pulpito da cui proviene, che è quello di un personaggio che ha decisivamente contribuito alla crisi finanziaria in cui il mondo occidentale ancora si trova oggi, a distanza di oltre due anni.

Alan Greenspan realizza alfine che il sano egoismo degli agenti economici non è bastato ad impedire che finissimo nell’attuale voragine. Forse il sistema non è riuscito ad autoregolarsi:

“Tutta la sofisticata matematica e le stregonerie da computer essenzialmente poggiavano su una premessa centrale: che l’illuminato egoismo di proprietari e manager delle istituzioni finanziarie li avrebbe condotti a conservare un sufficiente cuscinetto contro l’insolvenza attraverso l’attivo monitoraggio e gestione delle posizioni di rischio e del capitale delle loro aziende.”

Alan Greenspan prende posizione sulla crisi di credito e solvibilità delle istituzioni finanziarie, ed approfitta dell’opportunità per rilanciare il suo manifesto pro-mercato:

“We may not easily confront or accept the price dynamics of home and equity prices, but we can fend off cries of political despair which counsel the containment of competitive markets. It is essential that we do so. The remarkably strong performance of the world economy since the near universal adoption of market capitalism is testament to the benefits of increasing economic flexibility.”

Il capitalismo di mercato come veicolo di flessibilità che agevola la resistenza alle crisi. Stavamo per sottoscrivere entusiasticamente il principio quando una notizia passata quasi inosservata ha richiamato la nostra attenzione.

Tra pochi giorni Alan Greenspan lascerà la Federal Reserve, che ha guidato negli ultimi 18 anni, durante i quali è stato indiscutibilmente l’uomo più potente del pianeta, almeno in ambito economico: i comunicati del Federal Open Market Committee, al termine della periodica riunione di determinazione dei tassi d’interesse, sono stati analizzati e scandagliati, sul piano sostanziale e linguistico, talvolta con effetti surreali. Bastava la presenza o l’assenza della parola “accommodative” a definire l’orientamento di politica monetaria, o dell’espressione “measured pace” ad indicare la velocità di crociera della restrizione monetaria, per mandare in panico i mercati finanziari, o per scatenare un loro rally. Ma fu vera gloria?