Ieri, sul Sole, proprio affianco alla omelia domenicale di Guido Rossi, c’era un commento (di ben altro spessore) di un altro Guido. Trattasi di Guido Tabellini, che svolge il tema del “che fare?” sul tentativo (finora piuttosto fallimentare) di questo disgraziato paese di uscire dalle sabbie mobili. Con alcuni interessanti spunti, diagnostici e terapeutici, che peraltro dovrebbero già essere sotto gli occhi di chiunque eviti approcci moralistici o sbilanciati su una misteriosa “allocazione delle risorse”, che peraltro si conseguirebbe agevolmente (si fa per dire) con un approccio integrato a riforme dal lato dell’offerta coniugate con misure di sostegno alla domanda. Ma tant’è: a volte ci si fa catturare dalla propria scheggia di elettorato puro e duro, che ci si è amorevolmente allevato, oltre che dal proprio personaggio pubblico, e si perde di vista la realtà. Ma non divaghiamo sugli ectoplasmi, parliamo della realtà e di Tabellini.

Secondo Stephen Cecchetti, capo economista della Banca dei Regolamenti Internazionali, un buono stimolo fiscale deve essere tempestivo, mirato e temporaneo. La sua dimensione, inoltre, non deve essere troppo esigua, per avere impatto percepibile sulla domanda aggregata, né troppo grande, per non compromettere nel lungo periodo la solvibilità del paese che lo adotta. E proprio sulla base di questi precetti sembrano muoversi le raccomandazioni per il pacchetto di stimolo italiano. In un articolo comparso sul Sole24Ore, Alberto Alesina e Guido Tabellini suggeriscono ad esempio l’introduzione di un sussidio di disoccupazione universalistico, tale cioè da coprire anche i lavoratori atipici.

Una considerazione di disarmante linearità dal rettore designato della Bocconi:

“L’unica ragione per non ridurre le imposte è che mancano le risorse. Il ministro Tremonti lo ha enfatizzato nella sua audizione in Parlamento: «Se il Pil dovesse riprendere a correre» si potranno restituire i soldi ai contribuenti. E altrimenti? Se questa fosse l’impostazione, avremmo una politica fiscale prociclica che amplifica gli shock esterni: quando le cose vanno male si tira la cinghia, quando vanno bene anche la politica fiscale diventa più espansiva. Esattamente il contrario di ciò che bisognerebbe fare.”

L’intero articolo merita una lettura, per la semplicità con cui diagnostica i problemi globali ed illustra le misure di politica economica che il governo dovrebbe adottare per rilanciare la crescita ed il potere d’acquisto. Invece, noi siamo qui ormai a discettare di tariffe amministrate, in un rigurgito di socialismo all’amatriciana che ricorda gli anni ruggenti del pentapartito.