Vi è stato detto quanto è importante, fondamentale, imprescindibile fornire un quadro certo agli investitori ed alle imprese, per assicurare il futuro di un paese, vero? Vi hanno detto che l’incertezza è puro veleno per tutti gli agenti economici, e che la sua persistenza in contesti normativi densamente popolati da clown sofferenti di annuncite è altrettanta garanzia di fallimento, vero? Allora abbiamo la notizia che fa per voi.

Su lavoce.info, Tito Boeri e Fausto Panunzi prendono le difese del neo-commissariato Tremonti contro i paladini della spesa facile e le pericolose sirene della “razionalizzazione” della spesa pubblica. Ne abbiamo già scritto: al crescere della pressione a spendere si materializzano le solite proposte sempreverdi, dal procurement della pubblica amministrazione alle confezioni di farmaci, passando per il taglio dei consumi intermedi di pertinenza delle regioni, peraltro in prossimità della Grande Era Federalista, quella che segnerà la definitiva svolta dei conti pubblici italiani, anche se non è chiaro in quale direzione.

di Mario Seminerio – Libertiamo

Leggere i giornali in questi giorni equivale a fare un passo indietro nel tempo, al 2004. Anche allora si discuteva animatamente dell’abolizione dell’Irap, ipotizzando di ridurre la pressione fiscale per rilanciare la crescita. Anche allora, come oggi, vi erano le solite proposte: lotta agli sprechi, razionalizzazione negli acquisti della pubblica amministrazione, ottimizzazione della spesa sanitaria attraverso confezioni di farmaci calibrate sulla durata presunta della terapia (questa è una misura apparsa per la prima volta a inizio degli anni Novanta, ovviamente mai introdotta ma che assieme agli asili nido rappresenta un eterno topos della classe politica italiana), eliminazione delle province e delle comunità montane e via enumerando. Sono passati cinque anni, ma sembrano cinque settimane. L’unica rilevante differenza tra ora e allora è che oggi siamo nel mezzo di una crisi economica epocale, ed i margini di manovra fiscale sono ridotti ai minimi termini.

Il ministro dell’Economia che entra in rotta di collisione con ampi settori della propria maggioranza. Il premier che spergiura fiducia al suo superministro umanista da bocciofila, e promette di ridurre le tasse, magari partendo dall’odiata ed odiosa Irap. I giornali “amici e parenti” del premier che passano da agiografici ritratti di un ministro dell’Economia “vera mente pensante del governo” alla diffusione di documenti (rigorosamente apocrifi, ça va sans dire) sulla fronda interna alla maggioranza, invitando al contempo il ministro a darsi una mossa e allentare i cordoni della borsa. Non siamo nel 2004, ma a fine 2009.

di Mario Seminerio – Il Foglio 2+2

In attesa che il ddl sulla Banca del Mezzogiorno compia i primi passi del suo percorso parlamentare, e venga definitivamente piegato a quelle logiche di campanile clientelare denunciate con molta efficacia da un tradizionale difensore della politica economica di Tremonti quale è il professor Francesco Forte, non si può non concordare con le analisi di Queequeg e di Michele Boldrin. Allo stato non c’è nulla che suggerisca che l’aumento della raccolta delle banche meridionali possa tradursi in corrispondente aumento degli impieghi. Senza contare che il sistema di garanzie pubbliche su raccolta e finanziamenti della BdM si tradurrà in uno speculare aumento dello stock di debito pubblico, oltre agli elevati rischi (per usare un eufemismo) di attenuazione della due diligence nelle istruttorie di fido.