Pare che l’Iraq stia diventando uno stato di dipendenti pubblici, e non solo per l’eredità socialista di Saddam Hussein:

«Il ruolo guida del governo nell’occupazione significa che esso stabilisce i salari e controlla il mercato del lavoro. Molti di questi lavoratori non hanno una reale posizione, ed esistono per mantenere il sostegno ai partiti politici e tenere la gente lontano dalle strade nel tentativo di controllare disordini sociali»

Nella definizione di Nicolas Nassim Taleb, il cigno nero è un evento di difficile previsione, grande (o enorme) impatto, e soprattutto raro, oltre l’ambito delle normali aspettative. O delle aspettative normali, intese come gaussiana, che nessuno usa più tranne i risk management delle società di gestione (questa è una battuta-forzatura, non prendeteci alla lettera). Il cigno nero si manifesta su differenti scale rilevanti: può interessare un’intera popolazione o un singolo soggetto, ed il concetto non è necessariamente assimilabile ad un evento catastrofico, ma solo di vasto o vastissimo impatto. Sulla base di tale definizione, è piuttosto agevole ricomprendere nell’ambito del cigno nero quello che sta accadendo al produttore di scarpe dello stesso tipo di quelle lanciate contro Bush dal giornalista Muntadar al-Zeidi.

Mentre proseguono i negoziati tra governo iracheno ed amministrazione statunitense per la partenza delle truppe americane dall’Iraq, tra fughe in avanti, smentite e probabile redazione di un memorandum d’intesa che si annuncia ricco di “condizionalità” che permetteranno agli Stati Uniti di restare in Iraq “for the foreseeable future” (anche se forse non per i cento anni di cui parlava John McCain) e ad al-Maliki di giocare al piccolo nazionalista orgoglioso con i suoi connazionali, segnaliamo un’interessante intervista a Newsweek del generale David Petraeus, comandante delle forze alleate in Iraq e architetto della surge.

Torna a pestare i piedi per terra, il giovane barista tuttologo. E lo fa da par suo: buttandola in caciara, con improbabili quanto scioccamente vacui riferimenti anagrafici (peraltro del tutto fuori luogo, nel caso di specie). Bisogna aver pazienza, è il massimo della sua elaborazione, quando non parla di calcio. Nella sua ormai pluriennale cavalcata neocon con scolapasta in testa è ormai diventato un esperto giocatore di Risiko. Da “abbiamo vinto”, presto evolverà in un più efficace “Fatto!”, e porterà i cavalli ad abbeverarsi direttamente in Kamchatka.

Giorni addietro, sul Los Angeles Times è stato pubblicato un articolo a firma di Joseph Stiglitz e Linda J.Bilmes, che segnala che l’Iraq non ha ancora iniziato a spendere la propria ricostituita rendita petrolifera, stimata quest’anno pari a 85 miliardi di dollari. Mentre in tutto il Medio Oriente il forte rialzo dei prezzi dell’energia sta alimentando un boom senza precedenti di consumi ed occupazione (spinto anche dal peg al dollaro delle principali valute dei paesi del Golfo), in Iraq un quarto della popolazione resta disoccupato, e Baghdad fruisce di appena 11 ore di elettricità al giorno. L’Iraq ha tuttora quattro milioni di profughi, e cinque anni dopo la fine della guerra il paese resta in attesa della ricostruzione.