Questo è ciò che accade quando un esecutivo affetto da ansia da prestazione e formato al culto di “House of Three Cards“, cioè dello spin ossessivo-compulsivo, tenta disperatamente di rimbecillire i cittadini con messaggi di ottimismo, amplificazione patologica di dati di breve e brevissimo termine, orge di correlazioni spurie. Al di là dell’ignoranza, che pure colpisce molti nostri eletti, questo è un problema democratico, e non è la prima volta che lo diciamo. Noi, però, siamo nessuno. Se lo dice il presidente dell’Istat il discorso è un po’ differente.

Tempo di revisionismi: abbiamo visto come il cantore della ricchezza privata degli italiani, Marco Fortis, abbia preso atto che tale ricchezza a nulla serve di fronte a scioperi degli investitori esteri, visto che i medesimi detengono pur sempre il 53 per cento del nostro debito pubblico. D’incanto, tutto il film sugli indicatori di debito complessivo pubblico-privato è giunto ai titoli di coda. Oggi, da Istat, nuove conferme che, di questo passo, anche la spia del carburante del nostro prodigioso ma insufficiente flusso di risparmio sta segnalando che siamo in riserva.

”Il sistema Italia appare vulnerabile, e più  vulnerabile di qualche anno fa”. Lo ha detto il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, presentando il rapporto annuale dell’istituto alla Camera dei deputati, alla presenza del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

«E’ anche evidente che per fronteggiare le recenti difficoltà l’economia e la società italiana hanno eroso molte delle riserve disponibili” ha sottolineato. “Ad esempio, le famiglie – ha aggiunto Giovannini – hanno ridotto drasticamente il tasso di risparmio per sostenere il loro tenore di vita e i vincoli di finanza pubblica rendono minimi gli spazi di manovra della politica fiscale»

Ma come, gli italiani non erano quelli il cui risparmio ed il cui stock di ricchezza erano posti a roccioso presidio della sostenibilità del debito pubblico?

Dopo le esternazioni del premier sul leading indicator dell’Ocse, è opportuno osservare più da vicino questo oggetto misterioso anche per prepararsi, nei prossimi giorni, a leggere dotte analisi e inevitabili peana all’indirizzo dell’italica congiuntura. Dapprima, un’occhiata agli elementi costitutivi del Composite Leading Indicator (CLI) per l’Italia. Come vedete, essi provengono da tre data provider: Isae, Istat e Banca d’Italia, che per ciò stesso vengono quindi immediatamente riabilitati dopo mesi di fango frammisto ad ignoranza.