di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Pare che Matteo Renzi voglia seguire i “consigli” di Davide Serra sulla tassazione del risparmio italiano. Ma già oggi, in virtù della patrimoniale sul deposito titoli, che dal primo gennaio è arrivata al 2 per mille, la pressione fiscale sugli investimenti in titoli obbligazionari è arrivata al 30 per cento. Ma Renzi ripropone vecchi tic della sinistra gabelliera, incluso l’utilizzo del termine “rendite finanziarie”. Ma “rendite finanziarie” sono anche gli interessi sui risparmi di lavoratori e pensionati e l’attuale imposizione, basata su una cedolare secca e quindi proporzionale, non realizza alcun tipo di intervento equitativo.

Per la serie “guardate quanto sono cattive le banche italiane”, può essere utile sapere che la dipendenza del sistema bancario spagnolo dalla liquidità della Bce ha toccato in febbraio i 152 miliardi di euro, da 70 miliardi di settembre 2011. Anche con questo poderoso supporto di liquidità il credito alle aziende non finanziarie è caduto, tra settembre e gennaio, di oltre 15 miliardi di euro, passando da 859,7 a 843 miliardi di euro, mentre i prestiti in sofferenza (non performing loans) sono aumentati di 8 miliardi di euro. Nello stesso periodo, lo stock di crediti alle famiglie è passato da 851,3 a 845 miliardi di euro. Considerato che le banche spagnole sono ancora ben lungi dall’aver completato la loro ristrutturazione epocale, è assai improbabile che la situazione possa cambiare nel breve periodo.

Sulla cosiddetta “Festa Democratica” di Pesaro è destinato ad aleggiare il fantasma di Filippo Penati, che non è l’ultimo degli scodellatori di tortellini o di affumicatori di braciole, ma è stato il capo della segreteria politica del segretario, Pierluigi Bersani. Tutti i fedeli del Pd che, in queste ore e questi giorni, argomentano sulla favoletta delle “mele marce” ricordino che, di solito, “Berlusconi non poteva non sapere”.

La firma apposta al rinnovo del contratto della pubblica amministrazione, nella tarda serata di ieri, sembra essere la riproposizione di un vecchio schema: gli aumenti li diamo subito, la ristrutturazione e riorganizzazione della pubblica amministrazione la rinviamo ad un momento successivo, che di solito tende ad essere differito sine die. E’ finita, quindi, che il governo ha concesso esattamente l’incremento del 5.01 per cento richiesto dalla Triplice; che si è impegnato a trovare le risorse aggiuntive rispetto a quanto inizialmente stanziato per il rinnovo (4.3 per cento) con la prossima legge finanziaria che, parecchi mesi prima della sua elaborazione, si trova già con nuovi impegni di spesa da coprire.