di Daniele G. Sfregola

Il wilsonismo, da Wilson in poi, è l’anima dell’America in politica estera (con la solita eccezione di Richard Nixon). Lo stesso Nixon amava definirsi wilsoniano, anche se nei fatti non lo era affatto. Questo la dice lunga sul radicamento di questo principio nella politica estera americana: qualsiasi approccio americano è partito dagli assunti wilsoniani. Anche le cose meno wilsoniane che gli Usa hanno posto in essere sono state giustificate con argomentazioni wilsoniane al mondo e alla loro opinione pubblica (anche sotto Nixon, ovviamente, per motivi di consenso interno ed esterno).

Intervistato da Time sulla figura di Vladimir Putin ed il futuro delle relazioni tra Stati Uniti e Russia, Henry Kissinger tratteggia un ritratto del leader del Cremlino e fornisce alcune indicazioni per la gestione delle relazioni tra Stati Uniti e Russia, improntate ai canoni classici del realismo: la tutela degli interessi nazionali, il rifiuto di utilizzare la prescrittività morale e moralistica nelle relazioni internazionali, pur non rinunciando a perseguire quella che Kissinger definisce “inclinazione missionaria” della politica estera statunitense, cioè il suo idealismo. Per Kissinger il fatto che il 64 per cento della popolazione abbia votato per Putin non equivale ad affermare che la Russia sia una dittatura. Sembra un paradosso, magari guidato dal bizzarro senso dell’umorismo di cui Kissinger ama talvolta dar prova, ma il concetto viene meglio precisato quando l’ex Segretario di Stato di Nixon sostiene che obiettivo di Putin è l’accumulazione dello stock di potere necessario per consolidare la reputazione internazionale della Russia e la sua sicurezza, minata dalle conseguenze del crollo dell’Unione Sovietica.

Il titolare di questo blog ha avuto l’opportunità, anni addietro, di conoscere personalmente Henry Kissinger. Fu nel marzo 2002, nella splendida cornice del castello di Tor Crescenza, appena fuori Roma, durante una cena di gala offerta da una banca d’affari statunitense (quella stessa che anni prima espresse, nella persona di Bob Rubin, il Segretario al Tesoro dell’Amministrazione Clinton). All’epoca si parlava già di attacco all’Iraq: le ispezioni dell’Aiea erano ormai su un binario morto, Saddam sfidava quotidianamente l’Onu contando anche su una spregiudicata strategia mediatica volta a sfruttare le divisioni esistenti tra i governi occidentali. Durante quella cena, qualcuno chiese a Kissinger cosa pensasse dell’eventualità di un’invasione dell’Iraq. L’ex Segretario di Stato di Nixon analizzò minuziosamente lo scenario, soppesando pro e contro dell’azione militare. Poi concluse, col suo caratteristico vocione baritonale ed il persistente ed un po’ vezzoso accento tedesco: “Credo che il problema non sia se attaccare l’Iraq, bensì quando“.