Su il Giornale, il coordinatore del Pdl Sandro Bondi riflette sull’esito delle elezioni tedesche. Il titolo dell’editoriale è già un programma, e per una volta riflette fedelmente il pensiero dell’autore. Ma è soprattutto lo svolgimento a lasciare interdetti. Bondi apre con alcune riflessioni spicciole sul grande carisma di Angela Merkel (la Cdu in realtà ha ottenuto il secondo peggior risultato dal 1949, ma quella di Bondi è una licenza poetica), e sulla sconfitta epocale della socialdemocrazia tedesca, “vittima del proprio senso di responsabilità” oltre che della più generale crisi dei partiti socialdemocratici europei. L’altro episodio eclatante della tornata elettorale tedesca è la vittoria della Fdp di Guido Westerwelle. E proprio questo esito pare turbare il nostro buon Bondi, che si dichiara preoccupato per la fine dell’esperienza della Grosse Koalition.

Il sempre posato e riflessivo senatore Paolo Guzzanti, dissidente forzista, l’uomo più spiato del mondo allo stesso modo in cui internet è stata inventata da Al Gore, scende in campo col suo sito Rivoluzione Italiana, vero monumento all’understatement, per “difendere” il Partito Liberale Italiano dal tentativo di takeover ad opera di Arturo Diaconale e Marco Taradash. E qui occorre preliminarmente spendere un elogio per Guzzanti, che molto scaltramente ha deciso di usare per il suo sito degli ugly permalinks, basati sul numero progressivo dei post, e non i fancy permalinks che indicano data e titolo degli articoli. In questo modo Guzzanti non ha alcun problema a scrivere un titolo che ammonta a 120 parole e 751 battute, spazi inclusi. Immaginate come sarebbe stato il fancy permalink di un simile titolo: altro che polonio. Titolo rigorosamente maiuscolo, come si addice ad un uomo che vuole gridare al mondo il suo sdegno quotidiano.”Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più”.

Sul Risorgimento, lo Stato e il federalismo – “La Repubblica (…) si presentava come depositaria dei valori della Resistenza, un mito ancora più falso di quello del Risorgimento. Che non era stata affatto, come pretendeva di essere, la lotta di un popolo in armi contro l’invasore, bensì una lotta fratricida tra i residuati fascisti della Repubblica di Salò e le forze partigiane, di cui l’80 per cento si batteva (quasi mai contro i tedeschi) sotto le bandiere di un partito a sua volta al servizio di una potenza straniera.” (…) “Il Risorgimento come epopea dello spirito unitario e patriottico è un falso storico. Il Risorgimento fu un fatto elitario, passato sopra le teste del popolo che se lo ritrovò scodellato insieme all’unità del Paese. L’Italia, insomma, nacque da una montagna di patacche su cui campiamo da oltre 150 anni a prezzo, si capisce, d’altre patacche, come quella di uno stato centralistico garantito solo dalla sua inefficienza. Lo Stato italiano è prepotente, vessatorio, talvolta anche persecutorio. Ma non perché sia forte, anzi proprio perché è debole. Il federalismo ha bisogno invece di un radicato sentimento d’identità nazionale che faccia da diga alle spinte centrifughe che il federalismo stesso scatena. E se l’Italia ne infila la china, non ha in mano i freni per poter regolare la corsa, e si sfascia.”

Sul sistema cultural-propagandistico togliattiano – “I metodi dei comunisti erano quelli della scuola delle Frattocchie, che stava a metà tra il convento medievale e la caserma prussiana. Per prima cosa, dunque, si impadronirono degli archivi della polizia segreta, del Ministero dell’Interno e del Minculpop. Comincio così il grande ricatto al quale tutti, o quasi tutti, gli intellettuali italiani si piegarono perché tutti, o quasi tutti, compromessi col regime: che peraltro, in cambio di titoli e prebende, richiedeva al massimo qualche omaggio formale, e talvolta nemmeno quello. (…) quanto ai renitenti, adottò due tattiche: o l’accusa di fascismo, oppure il silenzio su tutto quello che dicevano o facevano. Il caso forse più clamoroso fu l’ostracismo dato a Giovannino Guareschi, il cui “Candido” costituì, assieme al “Borghese”, una delle pochissime voci controcorrente di quegli anni. Il suo Don Camillo è certamente l’opera più significativa dell’immediato dopoguerra. Il pubblico lo comperava a decine di migliaia di copie, lo traducevano persino in giapponese, ma per la nostra critica letteraria non esisteva.”