Viviamo tempi talmente complessi che può persino accadere che il vostro titolare risulti pienamente d’accordo con Luca Ricolfi. O meglio, che il vostro titolare e Ricolfi si limitino ad applicare il buonsenso, rispetto a quella che è ormai una manipolazione sfacciata e grossolana di singoli dati statistici da parte dei nostri eroi governativi. In realtà, appare ormai del tutto evidente che siamo di fronte ad una reinterpretazione à la carte della realtà, fatta di selettività maliziose.

Che Matteo Renzi non piaccia a Luca Ricolfi, è acquisito da molto tempo. Non che questa sia informazione rilevante, per carità. E’ solo che questa inclinazione tende talvolta a produrre commenti che hanno scarsa dimestichezza con la logica, e finiscono con l’affastellare argomentazioni astrattamente condivisibili con altre che poco o nulla ci azzeccano, col tema ed il soggetto. E’ il caso odierno.

Oggi, in 1135 parole e 7231 battute (nota a pié di pagina esclusa), Luca Ricolfi è riuscito a scrivere che “quel che è successo negli ultimi due mesi sui mercati finanziari” è “successo non solo nonostante Monti (sicuramente più capace e credibile di Berlusconi), ma anche a causa di Monti”. Troppa grazia. E decisamente troppo potere a Monti.

Nuovo, imperdibile editoriale di Luca Ricolfi, il number cruncher ricercato dall’Interpol per torture e sevizie a danno dei numeri. Questa volta il Nostro ci spiega che l’Italia ha ripreso a sottoperformare in Europa perché non facciamo abbastanza per la crescita, che è soprattutto un problema di costi. Se quest’ultima considerazione è genericamente condivisibile (e per essa non servirebbe un editoriale su un prestigioso quotidiano, essendo ormai compiuta anche dalla casalinga di Voghera), quello che lascia perplessi è l’opera di data mining per inferire che “i mercati sembrano non fidarsi più di noi”.

Oggi qualcuno fa notare che i nostri Btp, dopo il downgrade per opera di S&P, hanno messo a segno un rally impressionante, più o meno come accaduto ai Treasuries americani dopo che lo zio Sam ha perso la tripla A, lo scorso agosto, sempre per mano dell’agenzia di rating che “esprime gli interessi americani ed anglosassoni”  (cit.). In attesa che la procura di Trani scopra i motivi di questo movimento, noi possiamo segnalare ai piccoli grandi politicanti di casa nostra, quelli che trovano causalità in ogni correlazione, che c’è forse un ben più potente indicatore anticipatore di questi movimenti: un sociologo editorialista che si occupa di number crunching ed ha molto seguito, tra quella parte di opinione pubblica italiana che ha fatto studi classici.

di Mario Seminerio – Libertiamo

In un editoriale su la Stampa, Luca Ricolfi spiega in modo impeccabile perché stiamo dibattendo sul nulla, riguardo il federalismo. Come in un gioco di specchi, il governo procede speditamente ad approvare decreti delegati che rimandano a passaggi successivi. Ricolfi cita il caso della fiscalità municipale, rispetto alla quale manca la quantificazione fondamentale relativa alla spesa attivabile da ogni comune, e quella sulla pressione fiscale locale, cioè su quanto la municipalità andrà inizialmente a richiedere ai cittadini. Questi sono i due pilastri sui quali poggia il celeberrimo “potere di spesa e di presa” di cui parla il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.

Su la Stampa, Luca Ricolfi sembra prendere le parti di Giulio Tremonti nella contesa che oppone il ministro dell’Economia a quello della Funzione Pubblica e dell’Innovazione, Renato Brunetta. Diciamo sembra perché le considerazioni di Ricolfi non sono esattamente una medaglia al valore per l’esecutivo. Il governo, dice l’editorialista nonché accademico torinese, sta perseguendo una strategia di “morte apparente”, come quella a cui ricorrono alcuni animali minacciati di predazione.

Nel suo libro, Ricolfi individua alcune gravi malattie della comunicazione politica della sinistra. In sintesi, esse sono:

L’orgia di schemi secondari: cioè le razionalizzazioni a posteriori, le spiegazioni che non spiegano ma cercano di salvaguardare l’integrità del proprio schema mentale precostituito. Freud le chiamava razionalizzazioni, per Lazarsfeld si tratta di esposizione selettiva all’informazione, mentre per lo psicologo Leon Festinger si tratta di schemi di riduzione della dissonanza cognitiva, la più potente spiegazione della sopravvivenza delle false credenze, nonché dell’ampio ed universale ricorso agli schemi secondari nella vita quotidiana. Festinger cita, a supporto della propria tesi, l’episodio realmente accaduto di una setta americana dei primi anni Cinquanta, che attendeva la fine del mondo. Un giorno, la fondatrice della setta annunciò che un certo giorno si sarebbe verificata un’inondazione enorme, da cui si sarebbero salvati solo i credenti, messi in salvo su dischi volanti. Quando, il giorno indicato, l’inondazione non si verificò, la fondatrice disse che “i Guardiani” avevano deciso di salvare il pianeta come premio per la fede dei credenti, i quali divennero più fedeli che mai. Questa è la prima malattia della sinistra italiana: il rifiuto a confrontarsi con la realtà fattuale, cioè il rifiuto del fallibilismo epistemologico, cioè l’antitesi del pensiero liberale. Superfluo aggiungere che a sinistra, quando la teoria viene disconfermata empiricamente, una delle principali reazioni adottate per ridurre la dissonanza cognitiva non è la revisione della teoria, bensì lo sviluppo di teorie cospirazioniste, la ricerca spasmodica del Grande Vecchio, responsabile del dirottamento della Teoria.