Oggi i giornali italiani tracimano di editoriali e commenti, per lo più compiaciuti quando non propriamente estatici, sull’operazione di minority buyout (ché di quello si tratta) di Fiat su Chrysler. Operazione attesa da tempo, come naturale sbocco di una acquisizione nata sulle ceneri di una crisi epocale e di un fallimento non meno epocale, con intervento salvifico dei soldi pubblici (quelli dello Zio Sam). C’è una qualche “morale” anche per noi piccoli italiani, da questa storia? Forse, ma non nei termini che leggiamo sulla esausta stampa di casa nostra.

I costruttori automobilistici tedeschi si oppongono risolutamente a creare un fronte comune per chiedere all’Unione europea un aiuto contro l’eccesso di capacità produttiva del settore. “I nostri colleghi tedeschi non ci sentono”, ha detto Sergio Marchionne, nella sua veste di presidente della associazione dei costruttori automobilistici europei, ACEA.

Come ci informa Ansa, Fiat e Fiat Industrial puntano a tenersi stretto Sergio Marchionne, amministratore delegato della prima e presidente della seconda, con un piano di assegnazione di azioni gratuite nel prossimo triennio che – ai valori attuali dei due titoli – vale circa 50 milioni di euro.

I bei tempi andati:

L’amministratore delegato di Fiat e Chrysler, Sergio Marchionne, ribadisce che se la Fiat 500 venderà 50.000-80.000 unità l’anno negli Stati Uniti sarà un “grande successo”. Lo afferma Marchionne a Forbes, sottolineando che la Fiat 500 “è stata disegnata per competere con la Mini Cooper perché, e lo dico con molta umiltà, è una vettura piccola bella. E questo è quello che la Mini vende e ritengo che possiamo competere con la Mini in questo segmento” perché “dal punto di vista del prezzo siamo molto meglio e abbiamo molto da offrire” (Ansa, 11 febbraio 2011)

Confermando quella che appare una tendenza ormai acquisita delle grandi imprese italiane, la Fiat non paga a Sergio Marchionne il bonus legato al conseguimento dei risultati (che nel triennio 2008-2010 non sono stati centrati), ma compensa con l’ennesimo retention bonus, ufficialmente legato all’implementazione delle operazioni di ristrutturazione e sviluppo del gruppo.

Su Linkiesta, l’analista finanziario indipendente Andrew Sentance segnala che Fiat avrebbe pesantemente “bucato” il piano industriale 2006-2010 soprattutto a causa dei marchi Alfa e Lancia:

«Alfa e Lancia, semplicemente, non stanno vendendo tante auto quante erano state preventivate e annunciate. Nel piano industriale 2006-2010, era previsto che nel 2010 l’Alfa e la Lancia avrebbero venduto entrambe 300.000 auto l’anno. Se ne stanno invece vendendo circa 100.000, esattamente come quattro anni fa. Anche con la migliore forza lavoro al mondo, non si può pensare di far profitti se viene venduto un terzo delle auto che si era prestabilito di vendere. L’altro grosso buco è la Cina, oggi il più grande mercato automobilistico mondiale. Là dove l’azienda dovrebbe star vendendo ormai 300.000 auto, non è neppure presente»

Nulla di male, s’intende. C’è la crisi e i marchi tedeschi si sono mangiati la Cina: non potete pretendere che per simili dettagli un piano industriale venga attualizzato, cioè riscritto o cestinato.

di Mario Seminerio – Libertiamo

Ora che è stato firmato l’accordo tra Fiat e sindacati (senza la Fiom-Cgil) sulla newco di Pomigliano, facciamo un respiro profondo e fermiamoci a riflettere sulle conseguenze. Quelle che ci sono e ci saranno, tangibili, e quelle che si limitano al piccolo recinto della politica declamatoria ed impotente.

“Senza l’Italia faremmo meglio”, ha dichiarato Sergio Marchionne da Fabio Fazio, a conferma che l’Italia è quel bizzarro paese dove si fa “politica” (in senso molto lato, e per ciò stesso altrettanto importante) nelle trasmissioni televisive. “Nemmeno un euro dei 2 miliardi dell’utile operativo previsto per il 2010” viene dall’Italia. Marchionne sostiene che le fabbriche italiane producono in perdita, e non c’è motivo di non credergli.