di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Il pomeriggio del 6 maggio 2010, quella che sembrava una normale giornata di scambi sulla borsa americana venne improvvisamente turbata da un impressionante crollo, sviluppatosi nel giro di pochi minuti. I maggior indici azionari giunsero a perdere quasi il 10 per cento nel corso della seduta, mentre le agenzie battevano impazzite nuovi lanci, chiedendosi freneticamente cosa stesse accadendo. Si parlò di imminenti minacce terroristiche, di Grecia sull’orlo del default o dell’uscita dall’euro, di un caso di “fat finger”, letteralmente il “ditone” di qualche operatore che digita uno zero di troppo su un ordine di vendita. L’episodio venne ribattezzato con il suggestivo nome di“Flash Crash”, e su di esso venne aperta un’inchiesta da parte della SEC (la Consob americana) e della CFTC, la commissione di controllo sui derivati.

Il recente andamento delle materie prime ricorda quello del 2008. Il prezzo del petrolio è oggi ai massimi dall’ottobre di quell’anno, intorno ai 100 dollari al barile. I prezzi agricoli mondiali sono tornati al picco di luglio 2008. I prezzi del rame, che da inizio novembre sono balzati del 17 per cento, sono ai massimi di tutti i tempi. I recenti aumenti riflettono i ridotti timori riguardo le prospettive economiche globali, aiutate dalla Federal Reserve, che sta attuando proprio da novembre dello scorso anno il secondo round di easing quantitativo.

Quello qui sotto è il ritorno sull’investimento a dieci anni di alcuni indici azionari, tra emergenti, sviluppati e di paesi il cui mercato azionario presenta un bias verso le materie prime. A rigor di logica, su un arco temporale così esteso la performance nominale andrebbe deflazionata, ma essendo ad esempio l’indice russo espresso in dollari, e quello cinese espresso in una divisa in larga misura ancorata al dollaro medesimo, il risultato in termini reali non dovrebbe cambiare significativamente.

Contrordine, Timmy: la Cina non è più un manipolatore della propria valuta. Parola del Tesoro americano. Di questi tempi, meglio non correre rischi. Nel frattempo, si sta facendo strada l’ipotesi che gli astutissimi cinesi starebbero impiegando parte dei 1900 miliardi di dollari di riserve valutarie per acquisire metalli e materie prime, soprattutto quelli impiegabili nella manifattura “verde” (auto ibride, convertitori catalitici, vetro, pannelli solari). L’andamento del prezzo del rame nelle ultime settimane sul London Metal Exchange ha svoltato bruscamente al rialzo, anche per chiudere il gap di arbitraggio rispetto alle quotazioni sulla borsa merci di Shanghai, molto più elevate.

Oggi il contratto future sul gas naturale quotato al Nymex ha perso il 7,6 per cento, toccando il nuovo minimo da 13 settimane, e portando il ritracciamento delle quotazioni al 20 per cento dai massimi di inizio luglio. Il catalizzatore del ribasso è stata la pubblicazione dei dati sulle scorte da parte dell’Agenzia Internazionale dell’energia (AIE).

Il gas naturale è stato la materia prima più performante da inizio anno: una crescita del 74,5 per cento, a fronte del più 49,9 per cento del greggio. Questo forte incremento è in parte riconducibile allo spostamento verso energie pulite, con un crescente numero di nuove centrali elettriche che ricorrono al gas anziché al carbone. Il dato sulle scorte riferito alla settimana terminata l’11 luglio è risultato nettamente superiore alle attese, secondo l’AIE.

Le acciaierie cinesi hanno raggiunto un accordo con la compagnia mineraria anglo-australiana Rio Tinto per la fornitura annuale di minerale ferroso a prezzi maggiorati in media dell’85 per cento sull’anno precedente, con punte fino al 96,5 per cento. Nel 2007 la fornitura annuale aveva registrato incrementi medi di prezzo del 9,5 per cento. Si conferma quindi la forte domanda di materie prime da parte dei mercati emergenti asiatici, e si conferma anche il momento magico degli steelmakers: il signor Mittal sarà contento.