Il copione lo conosciamo: il governatore della Banca d’Italia proferisce parole di buonsenso, ed esponenti del governo e/o della maggioranza replicano di volta in volta in modo sdegnato o liquidatorio-accondiscendente. Questa volta, sulla necessità di una riforma del sistema di ammortizzatori sociali, tale da farne strumento realmente inclusivo di welfare, e di innalzare l’età media effettiva di pensionamento sia per liberare risorse che per sostenere il tasso di trasformazione degli stipendi in pensioni, è il turno di Maurizio Sacconi precisare sbrigativamente che il governo ha già fatto.

Sul Corriere, istruttiva intervista di Sergio Rizzo a Maurizio Sacconi, dove il ministro del Welfare offre il suo manifesto programmatico, spaziando su una molteplicità di temi e con immancabile scorribanda nel campo della precettistica morale e moralistica che lo caratterizza da qualche tempo. L’intervista a dire il vero mantiene uno spessore piuttosto esiguo per tutta la parte relativa alla contrattazione decentrata, ed all’abituale lip service verso la sussidiarietà che è ormai, assieme agli asili-nido ed al quoziente familiare (qualsiasi cosa ciò possa significare a livello operativo), una delle più gettonate giaculatorie della classe politica, senza distinzione di schieramento.

Nella giornata di ieri il governo, per bocca del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha annunciato l’introduzione di quella che è stata definita una forma di stabilizzazione del sistema previdenziale in relazione all’incremento dell’aspettativa di vita, per effetto della quale

«A decorrere dal 1° gennaio 2015 i requisiti di età anagrafica per l’accesso al sistema pensionistico sono adeguati all’incremento della speranza di vita accertato dall’Istat e validato da Eurostat con riferimento al quinquennio precedente»

Temendo di apparire troppo draconianamente decisionista su una misura così imminente, in quanto destinata ad entrare in vigore tra soli sei anni, il governo si affrettava a precisare che “l’incremento dell’età pensionabile riferito al primo quinquennio antecedente non può comunque superare i tre mesi”.

Commentando ieri il dato sul ricorso alla cassa integrazione, diminuita in giugno dell’8,08 per cento sul mese precedente, il ministro del Welfare Maurizio Sacconi si è lanciato in ardite estrapolazioni sulla congiuntura, arrivando a inferire che “non solo la fase peggiore della crisi sia alle nostre spalle, ma che ci sia anche una moderata ripresa nella produzione industriale e nell’edilizia”.

Per Maurizio Sacconi, dopo il “colpo di stato” del 1992, le “borghesie ciniche ed autoreferenziali” (sic) imposero la “moderazione salariale”, con gli accordi di luglio 1993. Per colpa di quella concertazione, sempre secondo il nostro psichedelico ministro, i salari e la produttività italiana furono condannati a restare bassi e stagnanti. E soprattutto, “non c’era bisogno di moderazione salariale perché l’inflazione era bassa rispetto al decennio precedente”. Rileggere il passato con le lenti dell’attualità politica è sempre un simpatico gioco di società.