A conferma del fatto che viviamo in un paese unico, oggi vi omaggiamo di un paio di dichiarazioni del neo amministratore delegato di Finmeccanica, Mauro Moretti, che sono piuttosto stranianti (soprattutto una) rispetto alla storia professionale di quest’uomo strongly opinionated, già alla guida dell’operatore dominante del trasporto ferroviario e già leader della Cgil Trasporti, un quarto di secolo addietro.

Ieri l’amministratore delegato del Gruppo FS, Mauro Moretti, ha commentato i ricorrenti boatos che vorrebbero l’operatore ferroviario dominante assumersi l’onere del salvataggio di Alitalia: “Un’operazione molto, molto complicata ma non si può escludere nulla”. D’acchito, e da perfetti malpensanti, viene da inferire che nulla si possa escludere in funzione della moral suasion che il potere politico eserciterà su Moretti medesimo. Il quale, però, essendo da sempre solidamente inserito nel sistema di potere del paese, probabilmente non farà resistenza, anche considerando alcuni benefici collaterali che potrebbero derivargli, in termini di potere personale e della mai trascurabile possibilità che il suo nome entri nel pantheon dei “salvatori” del sistema-paese. Un sistema che ormai olezza di cadavere lontano un miglio.

Quello che segue è un brano tratto dal libro “Fuori orario” di Claudio Gatti (edito da Chiarelettere), che ha un sottotitolo molto esplicativo: “Da testimonianze e documenti riservati le prove del disastro FS”. E’ relativo al programma di Alta Velocità, di cui sabato 5 dicembre vi è stata l’inaugurazione degli ultimi tratti, quelli che completano il tracciato a forma di L rovesciata che congiunge Torino a Salerno. In realtà, è un “completamento” all’italiana, ad esempio per il tuttora irrisolto problema dei nodi di accesso alle aree urbane, che danneggeranno pesantemente i treni locali (soprattutto quelli pendolari). Nel libro, Gatti (eccellente giornalista-reporter de ilSole24Ore, basato da un trentennio a New York ma che segue tignosamente il pantano italiano) spiega perché da noi l’AV è costata un multiplo rispetto ad altri paesi nostri vicini.

Da qualche tempo, in Italia, si sta affermando una nuova figura pubblica: il potente-censore, o se preferite il potente-pentito. Il potente-censore è di solito una figura posta ai vertici del nostro sistema di potere, da tempo immemore ha pieno accesso alla stanza dei bottoni. E’ stato quindi corresponsabile dell’assunzione di alcune decisioni che hanno negativamente influito sul sistema-paese ma oggi, improvvisamente pentito, le denuncia con sdegno, candidandosi a gestire la “ricostruzione morale” e quella, assai più materiale, del sistema che ha contribuito ad affondare.

Il primo esemplare di questa nuova specie di insider che giocano a fare gli outsider è stato, giorni addietro, Guido Rossi: l’avvocato d’affari che da decenni fa sfoggio di virtuosismo nel disegnare scatole cinesi, patti di sindacato e ogni altra sovrastruttura societaria utile a blindare il controllo di gruppi di aziende da parte di munifici principi squattrinati del capitalismo italiano, e che oggi ha scoperto che quello italiano è un “capitalismo di m…”.