di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

l’illusione che gli “800 mila posti di lavoro in più” (dei quali non si è accorto nessuno) siano frutto del Jobs Act e non conseguenza preponderante della permanenza al lavoro forzata dalla legge Fornero, continua a sedurre il Governo. In particolare, l’Esecutivo resta fortemente convinto che l’occupazione possa crescere per imposizione di legge; lo stesso errore commesso per gli appalti che si supponeva dovessero essere rilanciati dal nuovo codice dei contratti. E invece?

Oggi sul Sole trovate un interessante intervento del professor Marco Leonardi, consigliere economico della Presidenza del Consiglio, in cui viene formulata un’ipotesi suggestiva: quella secondo cui, per citare il titolo del commento, “Jobs Act e decontribuzione spingono in alto i salari”. Dopo averlo letto, e pur apprezzando l’architrave economica del ragionamento, è difficile sfuggire alla sensazione che vi siano non poche forzature nell’inferenza.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Una delle peculiarità dei dati sul mercato italiano del lavoro è la significativa riduzione in atto da tempo nel numero di inattivi. L’interpretazione comune e corrente di questo fenomeno, spinta da fonti governative e soprattutto da Matteo Renzi, è che si tratterebbe di una forma di ritrovato dinamismo del mercato del lavoro, sospinto dalla ripresa congiunturale e dalle innovazioni prodotte dal Jobs Act, anche se non è chiaro quale sarebbe il nesso causale, come per quasi tutto quello che riguarda questa riforma. Meno inattivi equivale a più persone che tornano a cercare lavoro, è la spiegazione che si tende a dare, mutuata dai testi di economia.

Ieri Istat ha pubblicato le stime preliminari dei posti di lavoro vacanti nel secondo trimestre di quest’anno nelle imprese di industria e servizi. In pratica, il mercato del lavoro visto non dal lato dell’offerta ma da quello della domanda, cioè delle imprese. Una serie storica ancora molto giovane, visto che è stata avviata nel 2010, ma utile per valutare il dinamismo del mercato. Nell’ultimo trimestre i dati sono confortanti.

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

poniamo vi sia un imprenditore, in grado di assumere qualcuno nella sua azienda, in Italia. Il Jobs Act, come è noto, ha messo a regime la totale liberalizzazione del contratto di lavoro a tempo determinato, introdotto dal c.d. decreto Poletti, sicché detto imprenditore può attivarlo senza dover specificare alcuna causa giustificativa (come invece avveniva in passato) e può modularne la durata in maniera estremamente flessibile, grazie all’opportunità di utilizzare 5 proroghe nell’arco della durata massima di 36 mesi.

Ieri Istat ha pubblicato il dato sul mercato italiano del lavoro in giugno. Nulla di epocale se non la considerazione che il tasso di occupazione femminile ha toccato il poderoso livello di 48,8% (questa è ironica, mi raccomando) e tuttavia si tratta del miglior risultato dall’inizio di questa serie storica, cioè dal 1977. Immediati i compiaciuti lanci di agenzia di provenienza governativa, al solito. Ma fu vera gloria?

Nuova, ennesima cocente sconfitta per il povero presidente degli Stati Uniti. O meglio, per il suo partito, che resta spaccato e non riesce a far avanzare la rottamazione e contestuale sostituzione dell’Obamacare, la riforma sanitaria attuata dal predecessore di Donald Trump, e che ha dato copertura assicurativa a più di 20 milioni di persone. Ma c’è anche altro, nella quotidiana dose di ceffoni che la realtà assesta al palazzinaro capitato alla Casa Bianca per uno scherzo di pessimo gusto della Storia.