Mentre i dati macroeconomici continuano a indicare una riduzione della velocità di caduta dell’economia, ed in attesa dell’agognata stabilizzazione, alcuni recenti tendenze rischiano di far deragliare il lento convoglio della ripresa. Le segnala David Rosenberg, ex chief economist di Merrill Lynch ed attualmente rientrato in patria, in Canada, dove lavora sul buy side per un asset manager locale. Nello specifico, i prezzi al dettaglio dei carburanti sono aumentati in quaranta giorni di un dollaro al gallone, e questo si tradurrà in un drenaggio di spesa discrezionale equivalente a 130 miliardi di dollari su base annua. A ciò si aggiunge il rimbalzo di 60 punti-base dei tassi ipotecari, che ha causato un crollo di quasi il 60 per cento nei rifinanziamenti di mutui. Mettiamoci pure il calo dello 0,2 per cento nei guadagni medi orari in maggio, e giungeremo alla conclusione che è piuttosto difficile attendersi un contributo determinante alla ripresa da parte del consumatore.

Sul suo blog, Jeff Frankels, membro del Dating Committee del National Bureau of Economic Research (quello che si occupa di datare inizio e fine delle recessioni), riflette sull’ultimo dato di occupazione negli Stati Uniti, che ha mostrato una confortante riduzione nel numero di posti di lavoro distrutti dalla crisi. Premesso che i dati mensili sono particolarmente “rumorosi” in termini di fluttuazioni rispetto al trend, e premesso anche che l’occupazione è in linea di massima un indicatore differito della congiuntura, Frankel si concentra sul numero di ore lavorate nell’economia, e sulla loro variazione.

Il grafico qui riprodotto mostra il tasso di occupazione in percentuale della popolazione, visto comparativamente nei due ultimi picchi ciclici, nel 2000 e nel 2007. Balza subito all’occhio, malgrado il lieve miglioramento nell’ultima espansione, la posizione del nostro paese. Pochi occupati (almeno “ufficialmente”) in percentuale della popolazione, nella fascia di età compresa tra 15 e 64 anni. Questo grafico trova la propria immagine speculare nell’entità dell’economia informale, ma sfortunatamente il sommerso non causa aumenti di gettito fiscale. Si conferma l’immagine dell’Italia-calabrone: un’entità sgraziata che riesce malgrado tutto a volare, pur se con crescente difficoltà.

«Il sommerso è stato una scelta sociale implicita, che svolge una funzione soprattutto nei tempi di crisi. Il sommerso è un grande ammortizzatore sociale. Attenzione: non grido “viva il sommerso”. Prendo atto della realtà» –  Renato Brunetta

Un esecutivo che nei giorni pari “prende atto della realtà”, una realtà fatta di diseguaglianze ed illegalità (chiamiamole balcanizzazioni, suvvia) piccole, grandi, necessarie e necessitate, senza tentare di incidervi strutturalmente, e nei giorni dispari propone solennemente degli “standard legali” per riportare l’etica sui mercati e nel mondo, suona vagamente dissociato.

Il dato ufficiale della disoccupazione statunitense, pari al 7,6 per cento in gennaio, si raffronta ad un valore del 4,9 per cento lo stesso mese dell’anno precedente. Si tratta del maggior incremento annuale della disoccupazione dal 1975. Per quanti pensano che in fondo si tratti di un numero ancora nel complesso modesto, anche in prospettiva storica, può essere utile considerare la più ampia misura di disoccupazione, la cosiddetta U-6, che a gennaio ha toccato il 13,9 per cento, da 13,5 per cento di dicembre. Questo dato, che considera le persone che hanno smesso di cercare lavoro o che non riescono a trovare un impiego a tempo pieno, è il peggiore dall’inizio delle rilevazioni di questa serie, nel 1994.