George W.Bush è entrato in carica a gennaio 2001, in coincidenza con l’inizio di una recessione, e tra pochi giorni uscirà di scena nel mezzo di un’altra crisi, più profonda e protratta, per un totale di 22 mesi di recessione su 96 di presidenza. Durante questi otto anni la creazione di occupazione è stata del tutto insoddisfacente, e pari a tre milioni di nuovi impieghi netti. Una frazione dei 23 milioni di posti in più creati durante gli otto anni della presidenza di Bill Clinton, e solo leggermente meglio di quanto fatto da George Bush senior, che durante il suo unico mandato è incappato in una recessione terminata pressoché contestualmente all’inizio della presidenza Clinton.

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

Poiché l’estate è la stagione delle tempeste nei bicchieri d’acqua, vale la pena (si fa per dire) segnalare l’ultima della serie: la “sanatoria” che il parlamento si appresterebbe a varare, nel maxi-emendamento alla manovra economica, e che preclude alla magistratura del lavoro che riscontri irregolarità sul ricorso ad uno o più contratti a termine la possibilità di obbligare il datore di lavoro a riammettere in servizio il lavoratore con un contratto a tempo indeterminato. Se la norma diventerà legge, il datore di lavoro potrà erogare un indennizzo, variabile tra le 2,5 e le sei mensilità, ma non potrà essere obbligato a reintegrare il lavoratore precario. Misura che dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) applicarsi solo alle vertenze in atto, e pare essere stata introdotta per evitare ad alcuni grandi datori di lavoro (uno su tutti, Poste Italiane) di essere costretti a riassumere alcune migliaia di lavoratori, circostanza che scaverebbe voragini nei conti aziendali.

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

La principale criticità dell’attuale struttura della contrattazione collettiva, in Italia, è notoriamente rappresentata dalla rigidità del fattore lavoro. Ma questo è solo un aspetto, e neppure il principale. La rigidità a cui occorre fare riferimento è in realtà quella del contesto normativo che, costruito in altre epoche storiche, di fatto tende a creare una omologazione del modello contrattuale, riconducendolo ad una sorta di “one size fits all“, una “taglia universale” che impedisce di migliorare l’aderenza a diverse condizioni produttive in termini di domanda di prodotti, tecnologia, competenze professionali richieste, competizione internazionale, condizioni locali del mercato del lavoro.

Oggi Istat ha pubblicato i dati relativi alla rilevazione sulle forze di lavoro. Nel secondo trimestre 2007 l’offerta di lavoro ha registrato, rispetto allo stesso periodo del 2006, una flessione dello 0,4 per cento (-98.000 unità). Rispetto al primo trimestre 2007, al netto dei fattori stagionali, l’offerta di lavoro è aumentata dello 0,2 per cento. Cioè, rispetto ad un anno fa, 98.000 persone sono “sparite” dalle forze di lavoro. Da quelle ufficiali, almeno. Nel secondo trimestre 2007 il numero di occupati è risultato pari a 23.298.000 unità, con una crescita su base annua dello 0,5 per cento (+111.000 unità), confermandone il rallentamento emerso nella precedente rilevazione. Nel Mezzogiorno l’occupazione si è nuovamente ridotta (-0,9 per cento, pari a -62.000 unità).

Oggi è stato pubblicato da Istat il dato relativo all’occupazione nel primo trimestre 2007. Il dato eclatante, ad una lettura superficiale, è quello relativo al tasso di disoccupazione, sceso al 6.2 per cento, miglior risultato dal 1992. La grancassa mediatica è puntualmente ripartita, con menzioni d’onore per Repubblica e, soprattutto, l’Unità. Quest’ultimo giornale si segnala per aver rimosso alla radice quelle poche e raffazzonate nozioni di economia ed analisi statistica che, durante la precedente legislatura, sembrava padroneggiare in modo lusinghiero nel panorama dell’informazione italiana. Ebbene, a beneficio dei lettori (de l’Unità, di Repubblica e nostri), proviamo ad analizzare in modo rigoroso il dato sull’occupazione.