Nei giorni scorsi la banca centrale ceca ha rimosso il tetto al cambio tra euro e corona locale, fisso da novembre 2013 a 27 corone per un euro. La misura era stata assunta per impedire che le pressioni alla rivalutazione della corona contro euro causassero deflazione attraverso il canale dei prezzi all’importazione. La banca centrale di Praga ha un obiettivo di inflazione annua compreso tra 1% e 3%. Quindi, prima cosa da notare: la corona ceca, da moneta “tedesca”, aveva pressione a rivalutarsi. Ci siete, sin qui? Bene.

di Mario Seminerio – Libertiamo

Mercati e investitori attendono il prossimo meeting del Federal Open Market Committee della Federal Reserve, che dovrebbe ufficializzare l’entrata degli Stati Uniti nella seconda fase di quello che viene definito easing quantitativo: in sostanza, l’acquisto di attivi finanziari da parte della banca centrale statunitense. Dopo una prima fase, lo scorso anno, che ha visto coinvolte soprattutto cartolarizzazioni ipotecarie e titoli di stato, oggi dovrebbe toccare esclusivamente ai secondi.

Come è possibile che il dollaro, espressione di una delle economie più produttive del mondo, dal 1960 abbia perso circa due terzi del proprio valore contro yen, franco svizzero e marco tedesco/euro? Alla domanda tenta di rispondere l’economista Paul De Grauwe, dell’Università di Lovanio. Dagli anni Novanta, osserva De Grauwe, l’economia statunitense ha goduto dei maggiori tassi di crescita della produttività rispetto alla maggior parte dei paesi europei e del Giappone, con un tasso d’inflazione approssimativamente simile a quella di questi paesi. Logica vorrebbe, quindi, che ci si dovrebbe attendere una rivalutazione ininterrrotta del dollaro, che si è invece verificata solo durante gli anni della presidenza Clinton, per dare una collocazione temporale facilmente identificabile.