Da qualche tempo si nota, da parte di Italia Futura, un utilizzo di slogan liberisti (detto nell’accezione più ampia del termine) pressoché identici a quelli di Fermare il declino. Uno di essi è relativo alla “patrimoniale a carico dello stato” e non dei cittadini. Alla cosiddetta convention di Verso la Terza Repubblica, sabato scorso a Roma, questo slogan è stato reiterato da Luca Cordero di Montezemolo e da Irene Tinagli. Poiché il sito che state leggendo ama fare uno straccio di fact checking, può essere utile andare a verificare in dettaglio cosa intendono con questo slogan ad Italia Futura.

In queste ore i nostri genietti della manovrina stanno dannandosi l’anima con proposte e controproposte per cambiare gli interventi senza toccare i saldi, che sono l’ultimo, tenue legame tra questo disgraziato paese ed un devastante attacco speculativo. Grande è la confusione sotto il cielo della politica, come direbbe Mitraglia Mentana, quindi aspettatevi che stormi di uccelli paduli planino su di voi.

Lo sappiamo, cari lettori. Siete stanchi di leggere post dedicati a Eugenio Scalfari. Siamo stanchi anche noi di scriverne, ma come ci si può esimere dal debunking delle idee balzane di un uomo che ha fatto della malafede la misura della propria attività professionale, negli ultimi sessant’anni? La consueta omelia domenicale di Scalfari, questa settimana, è stata dedicata (ma no?) al discorso di Montezemolo all’assemblea annuale di Confindustria. Tralasciamo la lettura scalfariana di Mentana come longa manus del neoqualunquismo berlusconiano, contro il quale Prodi e l’Unione combattono stoicamente e con alterne fortune ormai da anni. E’ un’altra, l’argomentazione che ci interessa. Da sempre, gli schieramenti politici tentano di tirare dalla propria parte gli imprenditori. E’ una cosa fisiologica, in una democrazia ove sono presenti una pluralità di gruppi d’interesse. Quello che è singolare è che, quando la cooptazione del gruppo d’interesse fallisce (o più propriamente viene rinviata, nelle more del negoziato), la tribù politica lancia anatemi contro i reprobi. In questa attività, il centrosinistra possiede un’indiscussa expertise, grazie al moralismo di cui è permeato. A Montezemolo è già stato riservato, mesi addietro, un trattamento preferenziale.

“I costi della politica sono troppo alti”. Quante volte avete sentito questa frase (o una equivalente) nelle ultime settimane? Troppe, vero? Ora siamo in piena fase di autocritica della classe politica, una fase che ha una duplice valenza: esorcismo per allontanare i cattivi pensieri di un ritorno del moto “rivoluzionario” del 1992, e contentino popolare. Nel primo caso, non c’è all’orizzonte nessuna iniziativa della magistratura per scuotere il Palazzo dalle fondamenta forse perché oggi, nella stanza dei bottoni, ci sono gli amici della corrente mainstream della magistratura, ed è difficile pensare che i giudici abbiano deciso di segare il ramo su cui sono seduti. Dal lato del contentino popolare, invece, la situazione è più complessa: da qualche giorno, i due ex sindacalisti che presiedono i due rami del Parlamento fanno a gara ad annunciare iniziative di morigeratezza prossima ventura. Quali, per ora non è dato sapere. Alcuni apprendisti stregoni della politica professionale hanno da tempo individuato il responsabile di questo “male oscuro” (che poi tanto oscuro non è, a dire il vero) della politica italiana: la diseguaglianza. Ma quale diseguaglianza? Noi pensiamo ve ne siano di due tipi: quella macro e quella micro. La prima discende da alcune tendenze della globalizzazione, la seconda da alcuni palesi vizi strutturali del nostro sistema delle élites.

Mentre in quel di Bologna (gran bella città, con un sindaco piuttosto in gamba…), tra fumo (soprattutto quello), clangore e sferragliamenti vari, ferve l’attività della Fabbrica del Programma, un altro illustre bolognese, presidente di Confindustria e Fiat tratteggia, in un’intervista a Repubblica, il programma degli imprenditori per il governo che verrà. E lo fa partendo da alcune premesse ampiamente condivisibili. Dapprima criticando un governo sedicente liberale e liberista, che ha fatto sparire nottetempo dal leggendario “pacchetto competitività” (che meglio sarebbe definire pacco), una riforma delle libere professioni peraltro già ampiamente annacquata: