Da questo articolo di Simon Johnson, un paio di utili spunti di riflessione:

«Almeno il 20 per cento del Pil irlandese è fatto da “imprese-fantasma” che hanno poca o nessuna attività reale in Irlanda. Le imposte sulle società sono fissate al 12,5 per cento, ma le maggiori imprese globali riescono a costruire complicati schemi che coinvolgono paradisi fiscali offshore, in tal modo riducendo le loro aliquote d’imposta effettive ad una grandezza in singola cifra (sotto il 10 per cento)»

Ora capite il motivo della resistenza estrema a non toccare le aliquote d’imposta sulle società?

Il grafico che vedete qui sotto, tratto da Calculated Risk, indica la percentuale di proprietari immobiliari statunitensi con un mutuo che ha negative equity, comunemente detti “sott’acqua”. In altre parole, la percentuale di quanti hanno un mutuo il cui controvalore è superiore al valore di mercato della proprietà immobiliare. Ciò tende a incentivare il fenomeno delle jingle mail, la situazione in cui il proprietario restituisce le chiavi di casa al creditore e abbandona la proprietà.

Un paio di osservazioni sul mercato immobiliare americano. La prima: sono i mutuatari ricchi i più insolventi. Oltre un debitore su sette, tra quanti hanno acceso un mutuo per più di un milione di dollari, sono in grave ritardo sui pagamenti, mentre per mutui inferiori al milione il tasso di delinquency scende a uno su dodici. I debitori più ricchi, inoltre, hanno elevata propensione a ricorrere al “default strategico”, cioè a smettere di pagare (pur essendo in grado di farlo) le rate del mutuo su proprietà il cui valore di mercato è ormai inferiore alla somma mutuata.

Qui sotto un interessante grafico, elaborato dal Fondo Monetario Internazionale su dati della Banca per i Regolamenti Internazionali, mostra quello che può accadere quando un paese in costante e crescente surplus commerciale si trova costretto a fare shopping complusivo per la necessità di riciclare tale surplus sul mercato dei capitali.

Il sito Economics of Contempt sta redigendo un elenco (e già si annuncia un protratto work in progress) con le citazioni celebri di tutti i guru che hanno risolutamente negato l’esistenza di una bolla immobiliare. Tra i nomi dei previsori pare esservi una solida maggioranza di sostenitori dell’ipotesi dei mercati efficienti, e più in generale di quanti ritengono che il mercato tenda naturaliter all’equilibrio.

Eccellente grafico interattivo dell’Economist sulla rivalutazione dei prezzi immobiliari in giro per il mondo. Scegliete il trimestre di partenza ed i paesi da confrontare, e potrete verificare che la bolla immobiliare è stata pressoché globale, con buona pace del ritornello di una bolla costruita negli Stati Uniti per effetto dei finanziamenti agevolati concessi alle minoranze. Purtroppo questa è una leggenda metropolitana di matrice repubblicana con cui dovremo abituarci a convivere, malgrado robuste evidenze del contrario, e che peraltro non spiega in alcun modo la bolla del Commercial Real Estate. E quindi, quali le cause?

Dunque, in questi giorni abbiamo avuto lo scoppio di una bolla speculativa, alimentata negli ultimi anni dal riciclaggio di enormi surplus di bilancia commerciale, sopratutto ma non esclusivamente dei paesi produttori di petrolio (Dubai non lo è). Una bolla esacerbata dal peg al dollaro americano delle valute dei paesi del Golfo, che ne ha impedito l’apprezzamento e causato tassi reali negativi, il combustibile delle bolle.