di Mario Seminerio – Libertiamo

Pubblicate le anticipazioni dei risultati della Federal Crisis Inquiry Commission, il panel congressuale bipartisan creato nel 2009 per indagare le cause del collasso finanziario del paese. Risultati che definiremmo intellettualmente onesti o perlomeno sufficientemente commonsense, malgrado il tentativo dei Repubblicani di riscrivere la storia in modo orwelliano. Cosa è andato storto, quindi? Tutto, in estrema sintesi.

Da questo articolo di Simon Johnson, un paio di utili spunti di riflessione:

«Almeno il 20 per cento del Pil irlandese è fatto da “imprese-fantasma” che hanno poca o nessuna attività reale in Irlanda. Le imposte sulle società sono fissate al 12,5 per cento, ma le maggiori imprese globali riescono a costruire complicati schemi che coinvolgono paradisi fiscali offshore, in tal modo riducendo le loro aliquote d’imposta effettive ad una grandezza in singola cifra (sotto il 10 per cento)»

Ora capite il motivo della resistenza estrema a non toccare le aliquote d’imposta sulle società?

Il grafico che vedete qui sotto, tratto da Calculated Risk, indica la percentuale di proprietari immobiliari statunitensi con un mutuo che ha negative equity, comunemente detti “sott’acqua”. In altre parole, la percentuale di quanti hanno un mutuo il cui controvalore è superiore al valore di mercato della proprietà immobiliare. Ciò tende a incentivare il fenomeno delle jingle mail, la situazione in cui il proprietario restituisce le chiavi di casa al creditore e abbandona la proprietà.

Un paio di osservazioni sul mercato immobiliare americano. La prima: sono i mutuatari ricchi i più insolventi. Oltre un debitore su sette, tra quanti hanno acceso un mutuo per più di un milione di dollari, sono in grave ritardo sui pagamenti, mentre per mutui inferiori al milione il tasso di delinquency scende a uno su dodici. I debitori più ricchi, inoltre, hanno elevata propensione a ricorrere al “default strategico”, cioè a smettere di pagare (pur essendo in grado di farlo) le rate del mutuo su proprietà il cui valore di mercato è ormai inferiore alla somma mutuata.

Qui sotto un interessante grafico, elaborato dal Fondo Monetario Internazionale su dati della Banca per i Regolamenti Internazionali, mostra quello che può accadere quando un paese in costante e crescente surplus commerciale si trova costretto a fare shopping complusivo per la necessità di riciclare tale surplus sul mercato dei capitali.