Una storia americana:

Nell’aprile 1999 [Obama e la moglie] acquistarono un appartamento a Chicago ed ottennero un mutuo per 159.250 dollari. A maggio 1999, ottennero una linea di credito per 20.750 dollari. In seguito, nel 2002, rifinanziarono l’appartamento con un mutuo da 210.000 dollari, il che significa che riuscirono ad estrarre circa 50.000 dollari di patrimonio netto. Da ultimo, nel 2004, ottennero un’altra linea di credito per 100.000 dollari, che si aggiunse al mutuo. Le dichiarazioni dei redditi per il 2004 rivelano 14.395 dollari di deduzioni per interessi su mutui. Se ipotizziamo un tasso d’interesse del 6 per cento, significa che avevano un debito di 240.000 dollari su una casa comprata per circa 159.250 dollari.

Nei giorni scorsi il Tesoro statunitense ha annunciato l’intenzione di utilizzare una frazione degli ormai esigui fondi rimasti al TARP per infusioni di capitale alle assicurazioni vita, perlomeno a quelle che possono ricevere tali fondi, ad esempio perché controllano un istituto di credito. L’importo a cui pensa il governo è molto esiguo, dell’ordine di 1-3 miliardi di dollari, ma i problemi dei life insurers potrebbero essere ben maggiori. E’ noto che le assicurazioni vita sono state, nel recente passato, avide acquirenti di prodotti strutturati, tali da garantire significative maggiorazioni di rendimento “senza rischio”. Questa descrizione, fino a non molto tempo fa, corrispondeva ai Collateralized Debt Obligation (CDO), agli Abs e a tutte le strutture beneficiate dal rating massimo. Come purtroppo abbiamo appreso, nel mondo della finanza strutturata la tripla A non è garanzia di alcunché. E’ quindi lecito sospettare che le assicurazioni vita abbiano fatto il pieno di carta tossica o perlomeno problematica. Solo che, a differenza delle banche, gli assicuratori non hanno alcun obbligo di mark-to-market, limitandosi a contabilizzare le perdite sui propri investimenti solo al momento in cui si verifica un default.

di Mario Seminerio – ©LiberoMercato

E’ di questi giorni la notizia che un consorzio delle principali banche russe sta contattando i creditori occidentali per proporre una rinegoziazione dei termini dei finanziamenti in essere. L’iniziativa deriva dalla vera e propria emergenza sulle riserve in valute forti che la Russia sta affrontando. Quest’anno, banche ed imprese russe dovranno infatti rimborsare o rinnovare debiti in valuta estera per 117 miliardi di dollari, ma le riserve ufficiali del paese stanno inesorabilmente prosciugandosi a causa dell’effetto congiunto del rimpatrio di capitali esteri, e del debole andamento delle quotazioni del greggio, che impedisce al paese di ricostituire le proprie scorte valutarie. A ciò si aggiunge la gestione del cambio finora adottata dalle autorità russe, che hanno dilapidato riserve nel futile tentativo di frenare il deprezzamento del rublo. Mosca ha già iniziato a concedere prestiti a società pericolanti, dietro pegno di azioni che porteranno entro breve tempo alla nazionalizzazione di interi settori dell’economia. Ma anche così il sistema appare già insolvente rispetto ai creditori internazionali, rappresentati in larga misura da banche europee.

Il sogno immobiliare di Dubai si è trasformato in un incubo: prezzi in caduta libera, disoccupazione in ascesa verticale, e per molti stranieri che avevano cercato fortuna qui, magari dopo aver perso il posto a Wall Street o nella City (ma non solo), è tempo di fuggire per evitare il carcere, previsto per i debitori insolventi. I giornali narrano di 3000 auto abbandonate nel parcheggio dell’aeroporto di Dubai da stranieri indebitati che si affrettano a lasciare il paese, mentre un progetto di legge contro il “disfattismo economico” prevede multe fino all’equivalente di 272.000 dollari per i media che danneggino la reputazione o l’economia del paese, raccontandone l’implosione.