Nei giorni scorsi il Tesoro statunitense ha annunciato l’intenzione di utilizzare una frazione degli ormai esigui fondi rimasti al TARP per infusioni di capitale alle assicurazioni vita, perlomeno a quelle che possono ricevere tali fondi, ad esempio perché controllano un istituto di credito. L’importo a cui pensa il governo è molto esiguo, dell’ordine di 1-3 miliardi di dollari, ma i problemi dei life insurers potrebbero essere ben maggiori. E’ noto che le assicurazioni vita sono state, nel recente passato, avide acquirenti di prodotti strutturati, tali da garantire significative maggiorazioni di rendimento “senza rischio”. Questa descrizione, fino a non molto tempo fa, corrispondeva ai Collateralized Debt Obligation (CDO), agli Abs e a tutte le strutture beneficiate dal rating massimo. Come purtroppo abbiamo appreso, nel mondo della finanza strutturata la tripla A non è garanzia di alcunché. E’ quindi lecito sospettare che le assicurazioni vita abbiano fatto il pieno di carta tossica o perlomeno problematica. Solo che, a differenza delle banche, gli assicuratori non hanno alcun obbligo di mark-to-market, limitandosi a contabilizzare le perdite sui propri investimenti solo al momento in cui si verifica un default.

di Mario Seminerio – ©LiberoMercato

E’ di questi giorni la notizia che un consorzio delle principali banche russe sta contattando i creditori occidentali per proporre una rinegoziazione dei termini dei finanziamenti in essere. L’iniziativa deriva dalla vera e propria emergenza sulle riserve in valute forti che la Russia sta affrontando. Quest’anno, banche ed imprese russe dovranno infatti rimborsare o rinnovare debiti in valuta estera per 117 miliardi di dollari, ma le riserve ufficiali del paese stanno inesorabilmente prosciugandosi a causa dell’effetto congiunto del rimpatrio di capitali esteri, e del debole andamento delle quotazioni del greggio, che impedisce al paese di ricostituire le proprie scorte valutarie. A ciò si aggiunge la gestione del cambio finora adottata dalle autorità russe, che hanno dilapidato riserve nel futile tentativo di frenare il deprezzamento del rublo. Mosca ha già iniziato a concedere prestiti a società pericolanti, dietro pegno di azioni che porteranno entro breve tempo alla nazionalizzazione di interi settori dell’economia. Ma anche così il sistema appare già insolvente rispetto ai creditori internazionali, rappresentati in larga misura da banche europee.

Il sogno immobiliare di Dubai si è trasformato in un incubo: prezzi in caduta libera, disoccupazione in ascesa verticale, e per molti stranieri che avevano cercato fortuna qui, magari dopo aver perso il posto a Wall Street o nella City (ma non solo), è tempo di fuggire per evitare il carcere, previsto per i debitori insolventi. I giornali narrano di 3000 auto abbandonate nel parcheggio dell’aeroporto di Dubai da stranieri indebitati che si affrettano a lasciare il paese, mentre un progetto di legge contro il “disfattismo economico” prevede multe fino all’equivalente di 272.000 dollari per i media che danneggino la reputazione o l’economia del paese, raccontandone l’implosione.

Nei giorni scorsi il Tesoro statunitense ha deciso di acquistare 5 miliardi di dollari di azioni privilegiate senior di GMAC, ed ha offerto a General Motors un prestito di un miliardo di dollari per partecipare all’aumento di capitale di GMAC. Per ringraziare di tale generoso intervento pubblico, quest’ultima ha deciso di ridurre il rating creditizio minimo richiesto ai potenziali clienti finanziabili. Il più diffuso di questi rating, noto col nome di FICO, ha un valore mediano nazionale pari a 723. Due mesi addietro GMAC aveva deciso di porre il limite minimo a 700, per cercare di ridurre le insolvenze prospettiche dei propri debitori. Mossa evidentemente prociclica, destinata quindi a tracciare una linea di separazione netta tra clienti solvibili e non, ma razionale. GMAC, dopo l’intervento pubblico (che all’azienda costa l’8 per cento annuo in dividendi privilegiati), ha deciso di offrire finanziamenti a tasso zero ed abbassare il credit scoring al valore di 621. Ma i debitori che hanno un credit score inferiore a 660 sono considerati subprime, il che significa un rischio non trascurabile di nuove insolvenze dei clienti, e la ripetizione del circolo vizioso che ci ha condotti a questo punto.

Il disastro Usa è figlio di una truffa generalizzata

di Mario Seminerio – © LiberoMercato

Come uno stillicidio, la stampa statunitense riporta ormai su base settimanale le evidenze aneddotiche della grande abbuffata di credito facile che ha portato il paese sull’orlo della bancarotta. L’ultima storia è quella, raccontata domenica dal New York Times, di Washington Mutual, la banca di Seattle che, al culmine della propria espansione, apriva sportelli al passo di una catena di fast food, ed i cui manager si impasticcavano di metamfetamine per reggere il passo delle domande di mutuo, accolte sulla base di una semplice autocertificazione di reddito e patrimonio. E’ un vero articolo di costume, quello del New York Times, il costume di un’epoca: insegnanti che dichiaravano lo stipendio di broker di borsa, baby sitter che millantavano il reddito di presidi di college, un giardiniere con reddito mensile di 12.000 dollari.

La divisione banca d’investimento del Credit Suisse Group ha scoperto un nuovo modo per ridurre il rischio di perdite derivanti da circa 5 miliardi di dollari di proprie obbligazioni e prestiti: usarli per pagare i bonus di fine anno dei dipendenti. La banca userà le cartolarizzazioni su immobili commerciali ed i leveraged loans, alcuni tra i titoli accusati di aver causato la peggiore crisi finanziaria dalla Grande Depressione, per finanziare i compensi dei dirigenti. La nuova policy si applica solo ai managing directors ed ai directors, le due prime linee gerarchiche della banca. La platea interessata all’iniziativa è stimata nell’ordine di alcune migliaia di dipendenti. Secondo il Chief Executive Officer della banca, Brady Dougan, e della divisione banca d’investimento, Paul Calello, questa iniziativa rappresenterà un punto d’equilibrio tra gli interessi di dipendenti, azionisti e regolatori, ed aiuterà la banca a posizionarsi correttamente per il 2009. I titoli verranno posti in un apposito veicolo d’investimento, di cui i dipendenti interessati all’erogazione riceveranno titoli. In caso gli attivi conferiti al veicolo dovessero subire svalutazioni e perdite, i bonus verranno quindi colpiti per primi.

La settimana scorsa la Federal Reserve ha comprato 5 miliardi di dollari di debito emesso da Fannie Mae, Freddie Mac, e Federal Home Loan Bank, nell’ambito del nuovo programma mirato a ridurre i costi dei mutui. L’acquisto ha interessato titoli di scadenza compresa tra dicembre 2008 e novembre 2009, ad un tasso d’interesse del 4,5 per cento.

Lo sappiamo: quando una falsità viene reiterata infinite volte, diventa verità indisputata. Ma noi siamo cocciuti e donchisciotteschi, e abbiamo per missione il debunking dei luoghi comuni. Quindi, repetita iuvant.

Durante un discorso tenuto oggi a Washington, il governatore della Federal Reserve Randall Kroszner, un economista conservatore attualmente in sabbatico dalla docenza alla Booth Graduate School of Business dell’Università di Chicago, ha detto che il Community Reinvestment Act non può essere ritenuto responsabile della crisi dei mutui subprime, malgrado le ricorrenti affermazioni del contrario, provenienti dalle fila Repubblicane.