Nei giorni scorsi il Tesoro statunitense ha deciso di acquistare 5 miliardi di dollari di azioni privilegiate senior di GMAC, ed ha offerto a General Motors un prestito di un miliardo di dollari per partecipare all’aumento di capitale di GMAC. Per ringraziare di tale generoso intervento pubblico, quest’ultima ha deciso di ridurre il rating creditizio minimo richiesto ai potenziali clienti finanziabili. Il più diffuso di questi rating, noto col nome di FICO, ha un valore mediano nazionale pari a 723. Due mesi addietro GMAC aveva deciso di porre il limite minimo a 700, per cercare di ridurre le insolvenze prospettiche dei propri debitori. Mossa evidentemente prociclica, destinata quindi a tracciare una linea di separazione netta tra clienti solvibili e non, ma razionale. GMAC, dopo l’intervento pubblico (che all’azienda costa l’8 per cento annuo in dividendi privilegiati), ha deciso di offrire finanziamenti a tasso zero ed abbassare il credit scoring al valore di 621. Ma i debitori che hanno un credit score inferiore a 660 sono considerati subprime, il che significa un rischio non trascurabile di nuove insolvenze dei clienti, e la ripetizione del circolo vizioso che ci ha condotti a questo punto.

Il disastro Usa è figlio di una truffa generalizzata

di Mario Seminerio – © LiberoMercato

Come uno stillicidio, la stampa statunitense riporta ormai su base settimanale le evidenze aneddotiche della grande abbuffata di credito facile che ha portato il paese sull’orlo della bancarotta. L’ultima storia è quella, raccontata domenica dal New York Times, di Washington Mutual, la banca di Seattle che, al culmine della propria espansione, apriva sportelli al passo di una catena di fast food, ed i cui manager si impasticcavano di metamfetamine per reggere il passo delle domande di mutuo, accolte sulla base di una semplice autocertificazione di reddito e patrimonio. E’ un vero articolo di costume, quello del New York Times, il costume di un’epoca: insegnanti che dichiaravano lo stipendio di broker di borsa, baby sitter che millantavano il reddito di presidi di college, un giardiniere con reddito mensile di 12.000 dollari.

La divisione banca d’investimento del Credit Suisse Group ha scoperto un nuovo modo per ridurre il rischio di perdite derivanti da circa 5 miliardi di dollari di proprie obbligazioni e prestiti: usarli per pagare i bonus di fine anno dei dipendenti. La banca userà le cartolarizzazioni su immobili commerciali ed i leveraged loans, alcuni tra i titoli accusati di aver causato la peggiore crisi finanziaria dalla Grande Depressione, per finanziare i compensi dei dirigenti. La nuova policy si applica solo ai managing directors ed ai directors, le due prime linee gerarchiche della banca. La platea interessata all’iniziativa è stimata nell’ordine di alcune migliaia di dipendenti. Secondo il Chief Executive Officer della banca, Brady Dougan, e della divisione banca d’investimento, Paul Calello, questa iniziativa rappresenterà un punto d’equilibrio tra gli interessi di dipendenti, azionisti e regolatori, ed aiuterà la banca a posizionarsi correttamente per il 2009. I titoli verranno posti in un apposito veicolo d’investimento, di cui i dipendenti interessati all’erogazione riceveranno titoli. In caso gli attivi conferiti al veicolo dovessero subire svalutazioni e perdite, i bonus verranno quindi colpiti per primi.

Lo sappiamo: quando una falsità viene reiterata infinite volte, diventa verità indisputata. Ma noi siamo cocciuti e donchisciotteschi, e abbiamo per missione il debunking dei luoghi comuni. Quindi, repetita iuvant.

Durante un discorso tenuto oggi a Washington, il governatore della Federal Reserve Randall Kroszner, un economista conservatore attualmente in sabbatico dalla docenza alla Booth Graduate School of Business dell’Università di Chicago, ha detto che il Community Reinvestment Act non può essere ritenuto responsabile della crisi dei mutui subprime, malgrado le ricorrenti affermazioni del contrario, provenienti dalle fila Repubblicane.

Immaginate un cliente che, il 2 gennaio prossimo, si reca in banca per stipulare un mutuo prima casa a tasso variabile. Dal 30 novembre il governo ha stabilito che

“A partire dal primo gennaio 2009, le banche che offrono alla clientela mutui garantiti da ipoteca per l’acquisto dell’abitazione principale devono assicurare ai medesimi clienti la possibilità di stipulare tali contratti a un tasso variabile, indicizzato al tasso sulle operazioni di rifinanziamento principale della Banca centrale europea”

Incluso l’ultimo (per questo mese) salvataggio di Citigroup, il costo totale del bailout dell’economia e della finanza americane, in termini di importi finora impegnati, è pari a 4.616,5 miliardi di dollari. Manca ancora il bang di Obama, che dovrebbe essere di 700 miliardi di dollari. Barry Ritholtz confronta il costo del salvataggio con quello delle altre grandi spese della storia degli Stati Uniti, con gli importi corretti per l’inflazione.