Immaginate un cliente che, il 2 gennaio prossimo, si reca in banca per stipulare un mutuo prima casa a tasso variabile. Dal 30 novembre il governo ha stabilito che

“A partire dal primo gennaio 2009, le banche che offrono alla clientela mutui garantiti da ipoteca per l’acquisto dell’abitazione principale devono assicurare ai medesimi clienti la possibilità di stipulare tali contratti a un tasso variabile, indicizzato al tasso sulle operazioni di rifinanziamento principale della Banca centrale europea”

Incluso l’ultimo (per questo mese) salvataggio di Citigroup, il costo totale del bailout dell’economia e della finanza americane, in termini di importi finora impegnati, è pari a 4.616,5 miliardi di dollari. Manca ancora il bang di Obama, che dovrebbe essere di 700 miliardi di dollari. Barry Ritholtz confronta il costo del salvataggio con quello delle altre grandi spese della storia degli Stati Uniti, con gli importi corretti per l’inflazione.

Fannie Mae o Freddie Mac, i giganti dei mutui che hanno avviato la crisi“: scriveva così, giorni addietro, il nostro tuttologo di riferimento. Un luogo comune duro a morire, quasi come quello che sostiene che la crisi dei mutui sia stata figlia delle politiche di credito immobiliare agevolato a favore delle minoranze, il Community Reinvestment Act (CRA). In realtà, i dati dimostrano cose un po’ differenti. Ad esempio, che molti dei principali prestatori subprime non erano neppure banche, e quindi non erano soggetti al CRA. Oppure, che nessuno ha imposto per legge a Bear Stearns di avere una leva finanziaria pari a 33 volte. Per tentare di far acquisire il concetto, proviamo con un disegnino, tratto dal blog di Mark Thoma.

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

Iniziano ad emergere alcune contraddizioni ed incoerenze sul grande salvataggio pubblico che la Federal Reserve ed il Tesoro statunitense hanno compiuto nelle scorse settimane. Molte di queste incoerenze si riconducono ad AIG, l’assicurazione che volle farsi hedge fund all’insaputa dei propri regolatori. Prima di analizzarle, un passo indietro: lo scorso 24 settembre Warren Buffett, il leggendario value investor degli Stati Uniti, entra nel capitale di Goldman Sachs attraverso Berkshire Hathaway, la propria compagnia d’investimento. L’operazione prevede l’emissione di 5 miliardi di dollari di azioni privilegiate che pagano a Buffett una ricca cedola del 10 per cento, e la sottoscrizione di warrant che consentiranno all’”Oracolo di Omaha” di sottoscrivere 5 miliardi di dollari di azioni Goldman al prezzo di esercizio di 115 dollari (oggi le azioni quotano poco sotto gli 80 dollari). L’elevata cedola che Buffett riceverà sulle azioni privilegiate è da porre in relazione al deterioramento del merito di credito di Goldman, e quindi alla sua maggiore rischiosità.