Il presidente della Fed, Ben Bernanke, potrebbe presto scoprire che i prossimi fronti della crisi finanziaria sono altrettanto raggelanti della recenti cadute dei titani di Wall Street. Un crescente numero di grandi aziende sono costrette a ricorrere a linee di credito bancario di emergenza o a pagare di più per emettere carta commerciale, a causa della fuga degli investitori anche da prodotti che non hanno alcun legame con il meltdown dei subprime e delle cartolarizzazioni. Nello stesso tempo, il governatore della California Arnold Schwarzenegger ha detto che il suo ed altri stati potrebbero presto necessitare di un prestito federale di emergenza, a causa dell’inaridimento delle fonti di finanziamento.

Gli anglosassoni lo chiamano fingerpointing, gli italiani scaricabarile. E’ l’essenza un po’ stucchevole della dialettica politica, soprattutto in prossimità di consultazioni elettorali. In questo periodo di convulsioni dei mercati finanziari e di stretta creditizia sull’economia reale, l’ultimo fingerpointing è quello secondo il quale le “responsabilità” del meltdown dei mercati finanziari non sarebbero imputabili all’Amministrazione Bush ma affonderebbero le proprie radici negli anni di Bill Clinton, quando venne abrogato il Glass-Steagall Act, che impediva alle banche commerciali di svolgere funzioni di banche d’investimento; nello stesso periodo l’amministrazione democratica esercitò pressioni sui centauri Fannie Mae e Freddie Mac per allentare gli standard creditizi a favore degli strati sociali a reddito medio-basso. Tutto accadde nel 1999, quindi la tesi del “liberismo clintoniano” quale matrice della crisi appare perlomeno temporalmente corretta, anche se piuttosto semplicistica. Proviamo a riflettere sulle causalità (vere e presunte) che si sono prodotte dal 1999 ad oggi.