Oggi, nel corso della cerimonia del Ventaglio, al Quirinale, il presidente della Repubblica ha ricordato ai partiti (segnatamente a quelli che compongono la maggioranza di governo) che la situazione resta critica, e serve pertanto stabilità. Il problema è, come sempre nella storia italiana, che stabilità è termine di antica osservanza andreottian-democristiana, che in una depressione economica come l’attuale rischia di esserci fatale.

Dopo la rielezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica, resasi necessaria per lo stallo assoluto tra le forze politiche, i mercati oggi aprono con un ampio restringimento dello spread tra Italia e Germania, un calo confortante del rendimento del Btp decennale (che si avvicina al 4 per cento), ed un rally di borsa guidato dai titoli bancari. Non abbiamo risolto nulla, ma ai mercati pare il contrario. Chi avrà ragione?

Siamo certi che ciò susciterà nuovi brividi di sdegno in quanti considerano il Quirinale come una fonte inesauribile di incostituzionali ingerenze nella sovrana (in)attività dell’esecutivo ma pare che oggi, durante la cerimonia del Ventaglio, Giorgio Napolitano abbia pronunciato la seguente frase:

“L’istituzione governo non può ormai sottrarsi a decisioni dovute, come quella della nomina del titolare del ministero dello Sviluppo Economico o del presidente di un importante organo di sorveglianza come la Consob”

Inescusabile vulnus, in effetti.

E così, abbiamo appena appreso che il Pdl è too big to fail. Può essere, a noi da tempi non sospetti pare l’opposto. A noi pare che il Pdl si sia inesorabilmente posto su un piano inclinato, e con sé vi abbia posto l’intero paese. Il Pdl non è too big to fail, per molti aspetti è già un partito fallito. La tragedia è che, come ogni incumbent dedito ad abuso di posizione dominante, il Pdl promette di portare a fondo con sé il paese ed il suo sistema istituzionale. Continua l’equivoco di un premier convinto che il consenso di cui gode lo legittimi a disinteressarsi delle regole.

Prendete nota. Di fronte a nuove polemiche politiche e ricorrenti interpretazioni di stampa sul ruolo dei senatori a vita nelle votazioni al Senato, il Quirinale puntualizza il punto di vista del presidente della Repubblica, e il particolare significato che egli ha dato all’espressione ”maggioranza politica” in occasione del rinvio alle Camere del governo Prodi, lo scorso febbraio. Lo fa con una nota il capo ufficio stampa Pasquale Cascella, pubblicata oggi dal quotidiano ”Il Tempo”.

Sui “fatti d’Ungheria” Pietro Nenni aveva visto giusto. A sostenerlo è il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in un breve messaggio inviato al presidente della Fondazione Nenni, Giuseppe Tamburrano, oggi riportato in prima pagina da L’Unità. Un messaggio che verrà pubblicato, insieme al capitolo sul ’56 tratto dall’autobiografia di Napolitano “Dal Pci al socialismo europeo”, in un libro-riflessione che la Fondazione farà uscire a fine ottobre.
Napolitano, che – riferisce L’Unità – è stato invitato a Budapest in occasione delle celebrazioni per i 50 anni dalla rivolta ungherese, aveva già riconosciuto 20 anni fa che Antonio Giolitti aveva avuto ragione nel criticare l’intervento militare sovietico.
Ma nel suo messaggio di ora a Tamburrano, Napolitano sottolinea anche le ragioni di Pietro Nenni.

Quella delle esternazioni estere rappresenta ormai una consolidata tradizione dei politici italiani. Sia essa dettata da provincialismo, incontinenza verbale, scarso bon ton istituzionale, o dal tentativo di lanciare dei ballon d’essai ad uso di politica interna, contando magari sull’alibi della traduzione imperfetta, sta di fatto che neppure il presidente della repubblica è riuscito a sottrarsi al rito. In un’intervista al domenicale della Frankfurter Allgemeine, Napolitano parla della politica estera (?) dell’Unione ma esprime valutazioni anche sulle liberalizzazioni. Sul rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan, il capo dello stato ribadisce le proprie preoccupazioni:

“Se la maggioranza di governo non fosse coesa sulla questione della prosecuzione e del finanziamento della missione afgana, e dovesse dipendere da voti decisivi dell’opposizione, ciò sarebbe un grave segno di debolezza del centrosinistra. E ciò avrebbe delle conseguenze”.

Napolitano ribadisce l’amicizia della sinistra italiana verso gli Stati Uniti quale caposaldo della politica estera italiana, che daterebbe addirittura da un trentennio, dai tempi del Pci. Sorprendente, tuttavia, è l’approccio liquidatorio da egli usato verso la sinistra antagonista: