Quella delle esternazioni estere rappresenta ormai una consolidata tradizione dei politici italiani. Sia essa dettata da provincialismo, incontinenza verbale, scarso bon ton istituzionale, o dal tentativo di lanciare dei ballon d’essai ad uso di politica interna, contando magari sull’alibi della traduzione imperfetta, sta di fatto che neppure il presidente della repubblica è riuscito a sottrarsi al rito. In un’intervista al domenicale della Frankfurter Allgemeine, Napolitano parla della politica estera (?) dell’Unione ma esprime valutazioni anche sulle liberalizzazioni. Sul rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan, il capo dello stato ribadisce le proprie preoccupazioni:

“Se la maggioranza di governo non fosse coesa sulla questione della prosecuzione e del finanziamento della missione afgana, e dovesse dipendere da voti decisivi dell’opposizione, ciò sarebbe un grave segno di debolezza del centrosinistra. E ciò avrebbe delle conseguenze”.

Napolitano ribadisce l’amicizia della sinistra italiana verso gli Stati Uniti quale caposaldo della politica estera italiana, che daterebbe addirittura da un trentennio, dai tempi del Pci. Sorprendente, tuttavia, è l’approccio liquidatorio da egli usato verso la sinistra antagonista:

Alcuni numeri tratti dall’Economist di questa settimana spiegano in modo eloquente il fallimento delle pratiche di nazionalizzazione delle risorse naturali in Africa:

700.000 tonnellate:
– La produzione annuale di rame in Zambia negli anni Settanta, al momento della nazionalizzazione;

249.100 tonnellate:
– La produzione dell’anno 2000, dopo trent’anni di cattiva gestione, sprechi e corruzione nella compagnia statale del rame;

427.000 tonnellate:
– La produzione annuale odierna, dopo che le miniere sono state cedute a KCM, una società privata indiana;

900.000 tonnellate:
– La produzione attesa per il 2008, dopo gli investimenti che KCM avrà effettuato per espandere la capacità produttiva ed aumentare la vita utile attesa delle vecchie miniere.

A nostro giudizio, il miglior commento sull’ascesa di Giorgio Napolitano al Colle è quello di Carmelo Palma, dei Riformatori Liberali. Tra tribalismo e miti ideologici, tra sbianchettamento della storia e antichi pregiudizi settari, i diessini hanno preferito inviare al Quirinale un anziano signore di 81 anni, dal posticcio pedigree socialdemocratico (tutto è relativo, in questo paese). Vera cariatide del fu-Pci, e corresponsabile della linea politica di quel partito negli ultimi cinquant’anni, nel bene e (soprattutto) nel male. Nessuno spazio per Giuliano Amato, vicepresidente del Partito Socialista Europeo e coscienza critica della sinistra riformista europea, colpevole di non essere appartenuto alla grande chiesa del fu-Bottegone, ora Botteghino affetto da bulimia di potere. Scrive Palma: