di Andrea Gilli

In uno dei suoi ultimi articoli Christian Rocca ripete, come una sorta di Honecker del nuovo secolo, che c’è una sola via alla Salvezza: la “Dottrina Bush”.

Bistrattata dalla storia, abbandonata dai suoi stessi sostenitori (intellettuali – come Robert Kagan, nel suo ultimo libro) e politici (Bush in primis), la Dottrina Bush è ormai divenuta una delle tante pratiche riposte nel cassetto della storia. Ha creato tanti danni che nessuno la prende più seriamente in considerazione – tranne uno, lui, il tetragono Rocca, the scholar of neoconservatism, l’uomo che ha solennemente promesso a sé stesso di non dire mai “ho sbagliato”, cascasse il mondo.

L’ultima fatica di Robert Kagan, The Return of History and the End of Dreams, è valso al suo autore l’aggettivo/epiteto di realista. Il Ventunesimo secolo, per Kagan, sarà molto simile al Diciannovesimo, con il ritorno del confronto tra Grandi Potenze, che Kagan suddivide in Democrazie (liberali ed Occidentali) ed Autocrazie (asiatiche). Per questo motivo l’analista neoconservatore, che oggi si compiace per l’ascesa al potere dei “filoamericani” europei Merkel e Sarkozy, ritiene ormai dissolto quel clima da “fine della storia” che tanto aveva illuso gli idealisti negli anni Novanta. Clima che non è mai esistito, se non come wishful thinking di alcuni neocon, sempre desiderosi di mostrare i muscoli a stelle e strisce al pianeta, anche a costo di segare il ramo d’albero su cui gli Stati Uniti sono seduti.

di Daniele G. Sfregola

Il wilsonismo, da Wilson in poi, è l’anima dell’America in politica estera (con la solita eccezione di Richard Nixon). Lo stesso Nixon amava definirsi wilsoniano, anche se nei fatti non lo era affatto. Questo la dice lunga sul radicamento di questo principio nella politica estera americana: qualsiasi approccio americano è partito dagli assunti wilsoniani. Anche le cose meno wilsoniane che gli Usa hanno posto in essere sono state giustificate con argomentazioni wilsoniane al mondo e alla loro opinione pubblica (anche sotto Nixon, ovviamente, per motivi di consenso interno ed esterno).

Su The American Interest, il neocon Richard Perle viene assalito dalla sincerità, e ci comunica che obiettivo della guerra in Iraq non era la diffusione della democrazia:

Contrary to the view of many critics of the war, we did not go into Iraq mainly to impose democracy by force in some grand, ambitious (and naive) scheme to transform Iraq and then the region as a whole into a collection of happy democracies. It is notable that the critics who charge that this was our core objective never cite evidence to support their claim.

Non solo. Se non fosse stato per l’11 settembre, e se Saddam avesse fornito incontrovertibili prove della distruzione della armi di distruzione di massa in suo possesso, l’Iraq non sarebbe mai stato invaso:

Clearly, had it not been for the attacks of 9/11, we would never have invaded Iraq. If Saddam had provided solid, confirmable evidence of the destruction of the stockpiles of weapons of mass destruction he was believed to possess, we would not have invaded—even though the crucial issue was the capability to produce chemical, biological or even nuclear material and weapons—not just the possession of them.

di Andrea Gilli

Facciamo un quiz: secondo voi, chi è l’autore delle seguenti frasi?

(…) The strength of alliances is heavily dependent on the objective balance of international forces, and has very little to do with the syntax of the U.S. president or the disdain in which he might be held by a country’s cultural elites.

[…]

It’s classic balance-of-power theory: weaker nations turn to the great outside power to help them balance a rising regional threat. Allies are not sentimental about their associations. It is not a matter of affection, but of need — and of the great power’s ability to deliver.

[…]

It’s always uncomfortable for a small power to rely on a hegemon. But a hegemon on the run is even worse. Alliances are always shifting .

Waltz? Mearsheimer? Snyder? No: Charles Krauthammer, un signore che viene considerato un neocon, qualunque cosa ciò significhi, vista la problematica tassonomia di questa specie.