Arriva molto puntuale, Oscar Giannino, a spiegare a Otto e mezzo che chi sta nell’Advisory Board di Goldman Sachs (o di Morgan Stanley, o di Citigroup), soprattutto se è stato un politico, un alto funzionario nazionale o europeo o un banchiere centrale, non è che passi il tempo a studiare modi per distruggere i clienti, soprattutto se questi ultimi sono governi, architettando nuove diaboliche mosse per asservire il mondo, ma si limita a prendere corposi gettoni, nella maggior parte dei casi, capitalizzando il proprio networking.

Su Chicago Blog, Oscar Giannino torna sul tema della patrimoniale, finalmente entrato nel dibattito pubblico di un paese che ama vivere col torcicollo, guardandosi indietro e ripetendo gli stessi errori del passato. Della tentazione di una “compensazione” tra debito pubblico e ricchezza privata, avete letto e leggete su questo sito da molto, moltissimo tempo.

Interessante ed assai condivisibile analisi dell’attuale quadro politico italiano, realizzata da Oscar Giannino. Dall’ennesima frase celebre di Bossi (“Fini e i suoi vogliono un po’ di soldi da sprecare al Sud”), emerge non solo e non tanto un tema che di fatto ci portiamo dietro dall’Unità d’Italia, quanto la vulnerabilità assoluta di questa coalizione di governo, non inedita né imputabile all’azione isolata del primo Fini che passa per strada. Malgrado quello che alcuni illustri editorialisti non riescono a farsi entrare in testa, questa coalizione di governo resta uguale a se stessa da sempre, a parte marginali variazioni grafiche e coreografiche.

Contro la Nuova Vulgata Nazionalpopolare, quella per cui imbalsamati è bello:

«L’intervento odierno di Giulio Tremonti all’assemblea degli industriali romani ha confermato un paradosso italiano. Scegliendo accuratamente la platea industriale italiana che, in tutto il Paese, ha la massima concentrazione di grandi gruppi pubblici – Enel, Poste, Ferrovie, Eni è di stanza a Milano e per me questo si è già presa Assolombarda – il governo è sceso in campo in forze, con Letta e Tremonti. Ma non è questo il punto, anche se non era avvenuto mai altrove quest’anno in Italia. Il paradosso consiste nel fatto che, di fronte a industriali per metà nelle mani del debito bancario, per metà nell’indotto del pubblico, e tutti sotto lo schiaffo dei ritardatissimi pagamenti della pubblica amministrazione, nell’Italia di oggi con una certa abilità – quella del ministro dell’Economia – si finisce per essere applauditi come virtuosi in quanto…sostenitori dell’impossibilità di fare alcunché. L’immobilismo come virtù. Lo slittamento delle scelte come prova di responsabilità nazionale. Il tutto attraverso l’abile artificio retorico di fare apparire chiunque sia su un’altra linea – qualunque cosa proponga – come un malcelato e pericoloso fautore dell’aumento del deficit pubblico. Oggi questo esercizio è giunto al massimo del suo funambolismo. La spesa pubblica è stata infatti dichiarata incomprimibile»

Ma la cosa non ci stupisce.