«A differenza di tutti gli altri leader occidentali, eccezion fatta per i dittatori, Craxi ha impostato la sua avventura politica su due punti: l’assoluta impunità, vale a dire l’impossibilità di ammettere abusi e irregolarità, e la vittoria certa. E se per disgrazia questi due capisaldi fossero crollati contemporaneamente? Niente, meglio non pensarci. Il tutto mentre si rinchiudeva in un bunker essendosi scelto come compagni persone che o sono in malafede o evidentemente non frequentano da anni più un treno, un bar, non ascoltano i discorsi in autobus o in metropolitana, pensano davvero che i critici siano pedine di chissà quale complotto internazionale»

In quello che appare come un editoriale di commiato al Corriere ed ai suoi lettori, Paolo Mieli ritiene di intravvedere una luce in fondo al tunnel della crisi, e motiva il proprio convincimento con una serie di evidenze aneddotiche, tra le quali l’insufficiente spazio espositivo che Fiera Milano è in grado di offrire agli operatori economici in occasione del Salone del Mobile, oppure la performance di borsa di una società scozzese di biotecnologie, un dato peraltro troppo idiosincratico per essere considerato probante di alcunché (in ogni crisi, anche le più severe, vi sono aziende che prosperano).

Dell’endorsement del direttore del Corriere a favore dell’Unione si è ampiamente scritto e discettato, in sedi certamente più proprie della nostra. A noi resta un dubbio metodologico: se il direttore del Corriere si fosse schierato per il centrodestra, avremmo avuto le stesse reazioni pacate e gli stessi meditati elogi da parte dell’establishment economico-editoriale-pansindacale di questo nostro bizzarro paese? Oppure avremmo avuto scioperi, chiamate alle armi, invocazioni di vigilanza democratica, preannunci di acquisto di biglietti aerei per paesi dove la libertà d’opinione è più tutelata che da noi?
Ma c’è un ulteriore aspetto della vicenda che merita di essere evidenziato: la reazione del comitato di redazione. Che in un comunicato scolpisce:

(…)Il direttore, dopo aver ricordato che già in occasione delle elezioni politiche del ’96 aveva tenuto analogo comportamento, ha spiegato che la posizione espressa va considerata «punto di vista della direzione, che impegna il giornale fatta salva la libertà di opinione di tutti i giornalisti».

Il CdR ribadisce la totale legittimità di questa posizione e non vuole entrare nel merito della scelta di Paolo Mieli che sarebbe stata da rispettare qualsiasi fosse stato lo schieramento indicato.

Il CdR continuerà a farsi garante perché i giornalisti del Corriere della Sera possano lavorare in modo autonomo, senza subire pressioni, ed esercitando il proprio diritto- dovere di critica, per fornire ai lettori un’informazione il più possibile completa e corretta al di là della dichiarazione del direttore.

Durante l’incontro, il CdR ha manifestato al direttore un problema di metodo.

Appare infatti piuttosto suggestiva l’impostazione proposta ai lettori: mentre il giornale viene schierato, legittimamente, su una precisa posizione, viene poi annunciato che non solo nei commenti ma anche nei fondi e negli editoriali, i quali rappresentano la linea di ogni giornale autonomo e indipendente, questa scelta di campo potrà essere contraddetta e criticata formulando anche opzioni opposte.

È invece tradizione acclarata di tutti gli importanti organi di informazione delle grandi democrazie occidentali, da Le Monde al New York Times al Washington Post, che la linea del direttore si esprima e venga portata avanti con coerenza e continuità negli editoriali, ferma restando la massima apertura di opinioni e interventi.

Che tradotto significa: fuori i terzisti dal Corriere, veri o presunti tali. Nemmeno una riga a Panebianco, Romano, Galli Della Loggia e a tutti questi disfattisti che, con i loro sofismi e distinguo, minacciano l’ascesa del Sol dell’Avvenire. Questo è il CdR di un quotidiano di tradizione sedicente liberale, popolato in realtà da nani con pulsioni totalitarie, piccoli orgogliosi cloni della Fnsi serventilonghiana. In mezzo a tale squallore, Paolo Mieli appare un gigante di liberalismo e tolleranza. Ma anche lui deve subire la reprimenda di un proprio collaboratore, Ulderico Munzi, che da Parigi scrive: