Oggi Istat ha pubblicato un dato monstre di produzione industriale, relativo al mese di agosto. Una crescita mensile di ben 1,7%, a fronte di un consenso di mercato posto a meno 0,1% ed un dato annuale, corretto per i giorni lavorati, in progresso del 4,1%. Apriti cielo. Immediata, è scattata la corsa dei lanciatori di agenzia del Pd, gli atleti che non perdono occasione, ad ogni dato macro positivo, per fiondarsi a dettare peana all’indirizzo della politica economica del governo Renzi. Eppure, basterebbe un minimo di cautela metodologica e di sguardo distolto dal proprio ombelico, per recuperare la necessaria compostezza.

Avviso ai lettori: quello che segue non è un post contro Istat, anzi. Quello che segue è solo un piccolo divertissement fatto per indurre a riflettere su quello che si può fare con i dati statistici, ora che abbiamo scoperto che esistono dati destagionalizzati, corretti per i giorni lavorati e grezzi. Forse potrà essere d’aiuto a leggere i dati in controluce anche senza essere esperti, chissà. La speranza è l’ultima a morire, dopo tutto.

Un paio di dati congiunturali evidenziano da un lato il fatto che l’Italia è pienamente inserita in dinamiche globali (non che ne dubitassimo, lo diciamo solo a beneficio di alcuni stralunati cantastorie), e dall’altro che il settore delle costruzioni non appare esattamente alla vigilia del decollo. Se fossimo in un paese normale, di post di questo tipo non ci sarebbe bisogno alcuno.

Pubblicati oggi i dati Istat sulla produzione industriale in settembre. Su base mensile sono un terzo delle attese ma questo non rileva, visto che il rumore statistico mensile non ci interessa, non facendo di professione i lanciatori di felicità. Quello che conta, ai nostri fini, è che si conferma che praticamente un solo settore traina la “rinascita” manifatturiera italiana. O meglio, un solo gruppo.

È di oggi la notizia che Ilva continua a bruciare cassa come un altoforno ed a produrre perdite sempre più elevate, a causa delle condizioni di forte sovracapacità produttiva globale del settore acciaio, oltre che della crisi “giudiziaria” dell’impresa siderurgica. Nel frattempo, il governo italiano abbandona la cautela diplomatica e prende posizione netta contro la possibilità che dal prossimo anno la Cina possa essere classificata dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) come una “economia di mercato”. Per motivi ampiamente comprensibili.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Dopo il crollo di fine 2008, è iniziata una risalita lentissima, interrotta nel secondo semestre del 2011 con il terribile uno-due dell’esplosione del rischio sovrano sul nostro paese e del credit crunch bancario. Il risultato è che oggi siamo ad un livello di produzione industriale che è all’incirca quello di vent’anni addietro