Nella guerra tra Usa e Cina non ci saranno vincitori, ma molte vittime. A cominciare dall’Eurozona, Italia inclusa

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

La retorica delle ritorsioni protezionistiche tra Stati Uniti e Cina sta assumendo le prevedibili forme del rilancio, dopo che Donald Trump ha istruito gli uffici dello US Trade Representative di verificare la possibilità di portare a 150 miliardi di dollari le importazioni cinesi a cui applicare dazi, in risposta alla reazione cinese all’iniziale misura americana di sanzioni su prodotti manifatturieri per un controvalore di 50 miliardi di dollari.

Dopo poco più di un anno di attesa, e mesi dopo aver aperto il dossier della “sicurezza nazionale”, Donald Trump ha deciso di applicare dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio, nella misura del 25% e del 10% rispettivamente. Delle tre opzioni possibili (tariffa generalizzata, tariffa selettiva mista ad un sistema di quote contro Cina ed altri paesi, quote universali), è stata scelta quella che fa più danno al commercio mondiale.

Il Senato italiano ha deciso, ieri l’altro, di rinviare a tempo indeterminato la ratifica del CETA, il trattato commerciale tra Canada ed Ue, approvato lo scorso febbraio dal Parlamento europeo ed entrato in vigore in modalità provvisoria (ma molto tangibile) dallo scorso 21 settembre per gli ambiti di competenza normativa comunitaria. Tutto è partito da una proposta di Sinistra italiana in conferenza dei capigruppo, che ha trovato pronta accoglienza. Perché, come saprete, dopo la morte (o l’ibernazione) del TTIP, il nuovo spaventapasseri antiglobalista e sovranista è il CETA.

Nuova, ennesima cocente sconfitta per il povero presidente degli Stati Uniti. O meglio, per il suo partito, che resta spaccato e non riesce a far avanzare la rottamazione e contestuale sostituzione dell’Obamacare, la riforma sanitaria attuata dal predecessore di Donald Trump, e che ha dato copertura assicurativa a più di 20 milioni di persone. Ma c’è anche altro, nella quotidiana dose di ceffoni che la realtà assesta al palazzinaro capitato alla Casa Bianca per uno scherzo di pessimo gusto della Storia.

Oggi ci corre l’obbligo di segnalare uno di quegli sfondoni che potrebbero essere agevolmente imputabili agli effetti dei primi caldi. Dopo il disastroso vertice G7 di Taormina, nel quale Donald Trump ha ribadito che gli Usa sono contrati agli accordi di Parigi sul clima, e dopo la reazione un filo sopra le righe (fors’anche per ragioni elettorali) di Angela Merkel, del tipo “prepariamoci a fare da soli”, che per un egemone riluttante come Berlino sarebbe una notevole svolta, diamo conto dell’accesso di tosse che ha colpito alcune pulci italiane.

Dietro i record di Wall Street la fiducia nel programma del presidente, ma non si prende sul serio il suo protezionismo

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Come è possibile avere contemporaneamente alla Casa Bianca un uomo che passa il tempo lanciando virulenti proclami protezionistici e mercati finanziari di tutto il mondo che crescono come se fossimo entrati in una nuova era di libero scambio e globalizzazione rampante, con la ciliegina sulla torta della “soglia 20.000” dell’indice Dow Jones? È quello che molti osservatori ed investitori si chiedono, dopo i rialzi successivi all’elezione di Donald Trump, lo scorso 9 novembre.

I primi atti della presidenza Trump paiono andare nella direzione indicata in campagna elettorale: convocazione dei produttori di auto alla Casa Bianca per mostrare il campionario di bastoni e carote, fuoriuscita dal TPP, annuncio dell’avvio della costruzione del muro col Messico. Occorre tuttavia prestare attenzione alla linea di confine tra azioni ad alto contenuto simbolico e quelle sostanziali, cioè aderenti nei fatti alla lettera della campagna elettorale. È ancora presto per dare un giudizio ma le contraddizioni potenziali non mancano.

In Cina, alle prese con una forte pressione al deflusso di capitali, le autorità hanno ordinato alle banche di aumentare i controlli nei confronti degli esportatori, per ridurre il rischio di operazioni di sovrafatturazione, utilizzate per fare uscire capitali dal paese. Nel frattempo, non si arresta la pressione sulle valute dei paesi emergenti. Oggi il real brasiliano sta perdendo oltre il 3% contro dollaro, dopo che l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha privato il paese del rating investment grade, a causa delle sempre più difficili condizioni di bilancio pubblico, mentre l’inflazione resta sopra il 9% e la disoccupazione ha spiccato il volo.