di Mauro Gilli

Apprendiamo che, secondo Christian Rocca, il seguente scambio tra Henry Kissinger e Richard Nixon dimostrerebbe la bancarotta morale del realismo politico:

Kissinger: “The emigration of Jews from the Soviet Union is not an objective of American foreign policy. And if they put Jews into gas chambers in the Soviet Union, it is not an American concern. Maybe a humanitarian concern.”
Nixon: “I know. We can’t blow up the world because of it”

Ha ragione Rocca? No.

In questo videoeditoriale, di cui raccomandiamo l’ascolto, John Judis di The New Republic (un bastione del pensiero liberal) spiega che vi sarà una rimarchevole continuità tra la politica estera di Obama e quella di George W.Bush. E che ciò non sarà un male. Judis osserva che molti osservatori vedono la conferma di Bob Gates al Pentagono e la nomina del generale in pensione dei marines James Jones (un vecchio amico di John McCain) a National Security Adviser come un allontanamento dalle posizioni espresse da Obama in campagna elettorale. E Judis conferma che le cose stanno esattamente in questi termini: Obama ha cambiato posizione, proprio come (parole di Judis) negli ultimi due anni ha fatto lo stesso George W.Bush, modificando profondamente le linee-guida della politica estera statunitense.

Barack Obama come Bush? Si, ma non come GWB, bensì come Bush senior. Mentre si susseguono analisi ed esegesi più strutturate e meno frettolose della visione di politica estera del presidente eletto degli Stati Uniti, in un editoriale sul Wall Street Journal E.J.Dionne segnala, oltre alle conversazioni con Brent Scowcroft, anche un discorso tenuto a Chicago nell’ottobre 2002 in cui Obama spiegava i motivi della sua opposizione alla guerra irachena, ritenuta “stupida”, “impulsiva” e “dettata più dalla passione che dalla ragione”.

di Andrea Gilli

Suona quasi strano dirlo, ma per una volta siamo d’accordo con Camillo. Specifichiamo: non perché abbiamo cambiato idea, ma perché Rocca ha detto cose sensate.

Nel suo ultimo articolo, il Nostro racconta infatti la composizione del team di politica estera di Barack Obama rilevando come, con sorpresa di molti, il presidente-eletto si stia spostando verso destra, drammaticamente verso destra.

L’ultima fatica di Robert Kagan, The Return of History and the End of Dreams, è valso al suo autore l’aggettivo/epiteto di realista. Il Ventunesimo secolo, per Kagan, sarà molto simile al Diciannovesimo, con il ritorno del confronto tra Grandi Potenze, che Kagan suddivide in Democrazie (liberali ed Occidentali) ed Autocrazie (asiatiche). Per questo motivo l’analista neoconservatore, che oggi si compiace per l’ascesa al potere dei “filoamericani” europei Merkel e Sarkozy, ritiene ormai dissolto quel clima da “fine della storia” che tanto aveva illuso gli idealisti negli anni Novanta. Clima che non è mai esistito, se non come wishful thinking di alcuni neocon, sempre desiderosi di mostrare i muscoli a stelle e strisce al pianeta, anche a costo di segare il ramo d’albero su cui gli Stati Uniti sono seduti.

di Daniele G. Sfregola

Il wilsonismo, da Wilson in poi, è l’anima dell’America in politica estera (con la solita eccezione di Richard Nixon). Lo stesso Nixon amava definirsi wilsoniano, anche se nei fatti non lo era affatto. Questo la dice lunga sul radicamento di questo principio nella politica estera americana: qualsiasi approccio americano è partito dagli assunti wilsoniani. Anche le cose meno wilsoniane che gli Usa hanno posto in essere sono state giustificate con argomentazioni wilsoniane al mondo e alla loro opinione pubblica (anche sotto Nixon, ovviamente, per motivi di consenso interno ed esterno).

Su The American Interest, il neocon Richard Perle viene assalito dalla sincerità, e ci comunica che obiettivo della guerra in Iraq non era la diffusione della democrazia:

Contrary to the view of many critics of the war, we did not go into Iraq mainly to impose democracy by force in some grand, ambitious (and naive) scheme to transform Iraq and then the region as a whole into a collection of happy democracies. It is notable that the critics who charge that this was our core objective never cite evidence to support their claim.

Non solo. Se non fosse stato per l’11 settembre, e se Saddam avesse fornito incontrovertibili prove della distruzione della armi di distruzione di massa in suo possesso, l’Iraq non sarebbe mai stato invaso:

Clearly, had it not been for the attacks of 9/11, we would never have invaded Iraq. If Saddam had provided solid, confirmable evidence of the destruction of the stockpiles of weapons of mass destruction he was believed to possess, we would not have invaded—even though the crucial issue was the capability to produce chemical, biological or even nuclear material and weapons—not just the possession of them.

Intervistato da Time sulla figura di Vladimir Putin ed il futuro delle relazioni tra Stati Uniti e Russia, Henry Kissinger tratteggia un ritratto del leader del Cremlino e fornisce alcune indicazioni per la gestione delle relazioni tra Stati Uniti e Russia, improntate ai canoni classici del realismo: la tutela degli interessi nazionali, il rifiuto di utilizzare la prescrittività morale e moralistica nelle relazioni internazionali, pur non rinunciando a perseguire quella che Kissinger definisce “inclinazione missionaria” della politica estera statunitense, cioè il suo idealismo. Per Kissinger il fatto che il 64 per cento della popolazione abbia votato per Putin non equivale ad affermare che la Russia sia una dittatura. Sembra un paradosso, magari guidato dal bizzarro senso dell’umorismo di cui Kissinger ama talvolta dar prova, ma il concetto viene meglio precisato quando l’ex Segretario di Stato di Nixon sostiene che obiettivo di Putin è l’accumulazione dello stock di potere necessario per consolidare la reputazione internazionale della Russia e la sua sicurezza, minata dalle conseguenze del crollo dell’Unione Sovietica.