Intervistato da Time sulla figura di Vladimir Putin ed il futuro delle relazioni tra Stati Uniti e Russia, Henry Kissinger tratteggia un ritratto del leader del Cremlino e fornisce alcune indicazioni per la gestione delle relazioni tra Stati Uniti e Russia, improntate ai canoni classici del realismo: la tutela degli interessi nazionali, il rifiuto di utilizzare la prescrittività morale e moralistica nelle relazioni internazionali, pur non rinunciando a perseguire quella che Kissinger definisce “inclinazione missionaria” della politica estera statunitense, cioè il suo idealismo. Per Kissinger il fatto che il 64 per cento della popolazione abbia votato per Putin non equivale ad affermare che la Russia sia una dittatura. Sembra un paradosso, magari guidato dal bizzarro senso dell’umorismo di cui Kissinger ama talvolta dar prova, ma il concetto viene meglio precisato quando l’ex Segretario di Stato di Nixon sostiene che obiettivo di Putin è l’accumulazione dello stock di potere necessario per consolidare la reputazione internazionale della Russia e la sua sicurezza, minata dalle conseguenze del crollo dell’Unione Sovietica.

di Andrea Gilli

Facciamo un quiz: secondo voi, chi è l’autore delle seguenti frasi?

(…) The strength of alliances is heavily dependent on the objective balance of international forces, and has very little to do with the syntax of the U.S. president or the disdain in which he might be held by a country’s cultural elites.

[…]

It’s classic balance-of-power theory: weaker nations turn to the great outside power to help them balance a rising regional threat. Allies are not sentimental about their associations. It is not a matter of affection, but of need — and of the great power’s ability to deliver.

[…]

It’s always uncomfortable for a small power to rely on a hegemon. But a hegemon on the run is even worse. Alliances are always shifting .

Waltz? Mearsheimer? Snyder? No: Charles Krauthammer, un signore che viene considerato un neocon, qualunque cosa ciò significhi, vista la problematica tassonomia di questa specie.

di Andrea Gilli e Mauro Gilli

Christian Rocca continua a piacerci. Per il suo stile irriverente e diretto. Per la sua infaticabile voglia di screditare “i cattivi”. Per la sua ignea battaglia morale volta ad annichilire i menzogneri, che ricorda la frase dei Nirvana su Francis Farmer “she will came back as the fire to burn all the liars“. E soprattutto Rocca ci piace per la nettezza delle sue idee, nelle quali la cultura del dubbio non ha diritto di cittadinanza. E’ lui, d’altronde, quello che, per affrontare un problema sul quale i più importanti studiosi al mondo non si sono ancora messi d’accordo, dopo dieci anni di furiosi dibattiti e alcune migliaia di articoli accademici (la relazione tra democrazia e pace), ha iniziato il suo libro “Cambiare Regime” scrivendo “è molto semplice”.

di Andrea Gilli*

Christian Rocca ci sta simpatico: esperto di tutto, dalla bioetica all’economia, passando per il calcio e l’Ipod, resta una delle nostre letture preferite per accompagnare gli occhi verso il meritato riposo giornaliero. Non si può certo dire che il suo stile sia criptico: basta scorrere le prime righe dei suoi articoli per avere ben chiara la sua tesi e (soprattutto) tutti gli errori metodologici in essa contenuti: errori che egli non solo ignora ma che è anche fiero di commettere.

Ieri l’altro, il Nostro non ci ha stupito. In un torrenziale articolo su un testo minore di politica internazionale (Menon, 2007), Rocca ha cercato di spiegare/riassumere il futuro delle alleanze internazionali degli Stati Uniti.

In un crescendo di entusiasmo e passione per la geopolitica Rocca ci ha detto, in breve, che:

1) gli USA usciranno presto da NATO e SEATO;
2) e ciò sarà dovuto ai differenti interessi dell’America e dei suoi Alleati.

Ciò che stupisce di questa analisi non è solo il fatto che queste considerazioni siano assolutamente ovvie, e non certo uno scoop, quanto il fatto che Rocca non si è accorto di star compiendo una lode al realismo.

Il titolare di questo blog ha avuto l’opportunità, anni addietro, di conoscere personalmente Henry Kissinger. Fu nel marzo 2002, nella splendida cornice del castello di Tor Crescenza, appena fuori Roma, durante una cena di gala offerta da una banca d’affari statunitense (quella stessa che anni prima espresse, nella persona di Bob Rubin, il Segretario al Tesoro dell’Amministrazione Clinton). All’epoca si parlava già di attacco all’Iraq: le ispezioni dell’Aiea erano ormai su un binario morto, Saddam sfidava quotidianamente l’Onu contando anche su una spregiudicata strategia mediatica volta a sfruttare le divisioni esistenti tra i governi occidentali. Durante quella cena, qualcuno chiese a Kissinger cosa pensasse dell’eventualità di un’invasione dell’Iraq. L’ex Segretario di Stato di Nixon analizzò minuziosamente lo scenario, soppesando pro e contro dell’azione militare. Poi concluse, col suo caratteristico vocione baritonale ed il persistente ed un po’ vezzoso accento tedesco: “Credo che il problema non sia se attaccare l’Iraq, bensì quando“.

Lo scorso anno, l’Iraq Study Group di Baker ed Hamilton aveva suggerito all’Amministrazione di Washington di promuovere il coinvolgimento di Siria ed Iraq nella gestione dei problemi della regione mediorientale, tra i quali figurano la situazione irachena, quella libanese e la crisi israelo-palestinese. Lo scorso martedi, funzionari dell’Amministrazione Bush hanno comunicato che, entro i prossimi due mesi, verranno avviate due serie di incontri tra l’Iraq ed i suoi vicini, inclusi Iran e Siria, a cui gli Stati Uniti parteciperanno, pur senza che ciò implichi negoziati diretti con l’Iran.

Dopo mesi di pressioni da parte del governo di Baghdad, gli Stati Uniti si sono decisi ad aderire ad un’iniziativa che, sebbene mirata esclusivamente a stabilizzare l’Iraq, potrebbe tuttavia aprire le porte ad un dialogo per la sistemazione di ampia parte della regione mediorientale.

Lo spostamento delle posizioni di Washington è significativo, e sembra rappresentare la definitiva presa di coscienza dell’indebolimento geostrategico che gli Stati Uniti hanno dovuto subire dall’inflessibilità della posizione di politica estera perseguita dopo l’11 settembre.