Apprendiamo che la Conviri (Commissione Nazionale di Vigilanza sulle Risorse Idriche) ha inviato una comunicazione alla Cncu, la consulta delle associazioni dei consumatori, istituita presso il Ministero per lo Sviluppo economico, in cui si certifica ciò che abbiamo cercato con ogni mezzo di spiegarvi mesi addietro, e cioè che il referendum sull'”acqua pubblica” era una farsa e soprattutto qualcosa di molto simile ad una gigantesca operazione di circonvenzione non di incapaci bensì di ignoranti. Ma va?

E’ assai difficile, vedendo e leggendo le reazioni entusiastiche dei promotori della reintroduzione del Mattarellum (noto istituto salvifico per la nostra maleodorante repubblica) sfuggire alla impressione che siamo di fronte alla riedizione del rutilante lavacro di democrazia più o meno diretta visto con i referendum su acqua, nucleare e legittimo impedimento.

“Mi auguro che vincano posizioni che spingano alla modernizzazione del Paese”. Lo ha detto il leader di Fli e presidente della Camera, Gianfranco Fini, parlando alla festa dell’Api a Roma – (Ansa, 9 giugno 2011)

Secondo Casini in questi referendum si è fatta una “sbornia demagogica” che desta qualche elemento di preoccupazione: “Attenzione – dice Casini – con la demagogia il Paese non si governa”. Secondo Casini, infatti, è demagogia e mistificazione dire che l’acqua deve rimanere pubblica: “Vogliamo tornare alle municipalizzate o vogliamo tariffe più basse perché i servizi vengono messi in concorrenza? Non si tratta di favorire gli speculatori. Vogliamo fare una campagna elettorale sul merito dei quesiti. Ecco perché – ha concluso – noi diciamo no al referendum sull’acqua e sì agli altri” – (Ansa, 9 giugno 2011)

E’ fatta: dopo 16 anni, habemus quorum. E lo abbiamo sui quesiti più surreali che potessimo immaginare nella sceneggiatura di un paese sempre pronto ad entrare nel Confessionale, guardando in faccia il reality. Non avremo centrali nucleari che non avremmo comunque avuto; una legge già scardinata dalla Consulta, ed in scadenza tra pochi mesi, verrà sostituita da qualche altro colpo di genio del premier e dei suoi piccoli giureconsulti. E soprattutto, avremo acqua ancora più pubblica, in mano a enti pubblici dove i partiti potranno confortevolmente allocare, meglio se con quote rosa, i propri trombati ed i cari dei medesimi, finanziando i circa 100 miliardi di investimenti che mancano nel settore con tasse, o meglio non finanziando alcunché. Oppure, meglio ancora ed assai più probabile, facendo entrare i privati dalla porta di servizio con legge ad hoc, per rispondere al disagio delle multiutility del Pd.

Ipotizzate di essere alla guida di una struttura pubblica che gestisce un acquedotto. Dovete ammodernare la rete, che fa acqua da tutte le parti, e pare che la natura sia sufficientemente matrigna da non darci i tubi gratis, malgrado la gioiosa Nuova Era in cui ci siamo improvvisamente risvegliati. Purtroppo, il comune che controlla la vostra struttura non ha il becco di un quattrino, e siete quindi costretti a rivolgervi alle banche.

Con la misura e l’understatement britannico che lo contraddistinguono, Antonio Di Pietro declina a modo suo la strategia referendaria del centrosinistra. Che è quella di fingersi al di sopra delle miserie della quotidianità partitica. Perché “bisogna deberlusconizzare e dedipietrizzare i referendum”. Lasciate che gli elettori vengano a noi, in pratica.

Tre referenda contro ogni probabilità, perché programmati il primo giorno d’estate sotto il ricatto del junior partner della coalizione pro-tempore al governo (oggi la Lega, in altro contesto sarebbero state le sinistre antagoniste o Di Pietro), con una informazione carente, per usare un eufemismo. Accompagnati dal solito coretto scemo “andate al mare“, la quintessenza di un paese inchiodato alla propria irresponsabilità. Un istituto, quello referendario, indebolito alla morte dagli innumerevoli autogol dei loro storici proponenti, i radicali. Eppure, una consultazione referendaria che potrebbe cambiare il panorama politico italiano, depotenziando il ricatto dei partiti minori nelle coalizioni, oltre a rimuovere l’italica furbata delle candidature multiple, aprendo la strada all’adozione di meccanismi meno oligarchici di selezione del personale politico.