Più di un processo, serve una legge sui conflitti di interesse delle agenzie di rating

di Mario Seminerio – Libertiamo

Martedì scorso, l’Amministrazione Obama ha formalmente accusato l’agenzia di rating Standard& Poor’s di aver mentito agli investitori sul reale stato del mercato immobiliare statunitense nell’imminenza dello scoppio della bolla subprime, perché ciò avrebbe significato perdere clienti, cioè le società che richiedono l’emissione di un rating su proprio debito. La mossa ha conseguenze potenzialmente di vasta portata, non solo per S&P ma più in generale per tutto il sistema delle agenzie di rating, ed è verosimilmente destinata a causare ampi fraintendimenti anche a casa nostra, dove già vi sono evidenze di un improprio protagonismo di frange della nostra magistratura inquirente, nella più placida inconsapevolezza di una politica che ha ormai perso il polso dei tempi. Ma andiamo con ordine.

(Post tecnico ma anche sociologico di una giornata senza molto senso)

Splendido grafico di “psicologia di massa” realizzato da Alphaville prendendo le mosse dall’allentamento dei requisiti di liquidità di Basilea III, deciso giorni addietro. Ora vediamo i dettagli, ma quello che conta è, come detto, la psicologia sottostante. Perché il mondo non è mai così semplice come ci appare.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano Zona Euro

Non è ancora chiara la dinamica della enorme perdita, stimata parzialmente a due miliardi di dollari, prodottasi nella struttura londinese di JPMorgan nota come Chief Investment Office (CIO) tra la fine del primo trimestre e la precipitosa conferenza stampa convocata dal dominus della banca, Jamie Dimon, pochi giorni addietro. Le ipotesi sono diverse, tutte verosimili. Si è parlato (lo ha fatto lo stesso Dimon) di incaute operazioni di “copertura”, ma pare evidente che di copertura non si trattasse.

Il Fondo Monetario Internazionale segnala un tema già noto da tempo agli addetti ai lavori, ma non ancora al grande pubblico: nel mondo, a causa delle crisi fiscali, sta verificandosi una crescente rarefazione di titoli “sicuri”. Secondo le valutazioni del FMI, la forte e crescente domanda per carta “sicura”, indotta sia da avversione al rischio che dalla regolazione degli intermediari finanziari, rischia di creare nuovi problemi alla stabilità finanziaria.

Frasi su cui riflettere:

«Gli errori e la negligenza prodotti da regolazione e supervisione irlandesi sono pagati dai contribuenti di quel paese – ma espongono anche gli altri a rischi enormi. L’intero sistema bancario d’Europa è influenzato da ciò che accade in quel paese. Ad esempio, il modo opaco in cui la scorsa primavera si sono svolti gli stress test bancari in Irlanda ha indebolito la credibilità degli stress test in tutti i paesi. In un  mercato realmente integrato la supervisione non può rimanere decentralizzata perché le decisioni che i supervisori assumono non influenzano solo i contribuenti nazionali»

di Mario Seminerio – Libertiamo

Pubblicate le anticipazioni dei risultati della Federal Crisis Inquiry Commission, il panel congressuale bipartisan creato nel 2009 per indagare le cause del collasso finanziario del paese. Risultati che definiremmo intellettualmente onesti o perlomeno sufficientemente commonsense, malgrado il tentativo dei Repubblicani di riscrivere la storia in modo orwelliano. Cosa è andato storto, quindi? Tutto, in estrema sintesi.

Sul Wall Street Journal, Jason Zweig racconta di come la storia economica e finanziaria degli Stati Uniti tenda a ripetersi: nel 1936, come parte della riforma introdotta dal nuovo Banking Act, il governo federale statunitense vietò alle banche da esso regolate di detenere titoli che non avessero lo status di investment grade (il livello non speculativo di qualità creditizia) certificato da parte di almeno due agenzie di rating. Vi ricorda nulla?

Titolo piuttosto criptico per il tema del giorno, almeno per chi fa il mestiere del vostro titolare: le nuove regole di Basilea III per le banche. Serviranno? Forse. I tempi di introduzione sono troppo diluiti nel tempo? Affermativo. Fa un effetto straniante vedere banchieri che levano al cielo alti lai perché le nuove regole rischierebbero di costringere le banche a stringere il credito allo scopo di rafforzare la propria base patrimoniale, nello stesso momento in cui quegli stessi banchieri erogano ogni anno alcuni miliardi di euro e di dollari in bonus e benefit. Ma bando alle demagogie, che peraltro demagogie non sono.

E’ bastato che il Wall Street Journal pubblicasse oggi un articolo sulla risaputa farsa degli stress test europei (chi l’avrebbe mai detto?) per far ripartire la giostra infernale sui titoli sovrani di Eurolandia. Irlanda, Grecia, Portogallo, tutti ai massimi storici di differenziale contro i Bund tedeschi, o molto prossimi ad essi. Davvero c’era bisogno che il WSJ ricordasse alle banche europee che sono nei guai fino al collo, per far cadere dal letto il mercato?