Con assai scarso entusiasmo, proviamo a rispondere a due rilievi al post sulle tranvate di Niall Ferguson, entrambi provenienti dallo stesso sito. Riguardo il primo, poco da dire: si tratta di uno sgangheratissimo tentativo di buttarla in caciara senza avere gli attributi per chiamare per nome e cognome l’interlocutore. In esso non esiste peraltro alcun tentativo di confutazione nel merito ma la cosa non colpisce più di tanto, avendo l’estensore del pezzo reiteratamente confessato la propria ignoranza in materia economica. La cosa era del tutto evidente ma repetita iuvant, come direbbero a Ladispoli.

Nel lontano 1980, in occasione del Labour Day, nella temperie dei sommovimenti democratici in Europa dell’Est, che avevano in Solidarnosc uno dei principali protagonisti, il Gipper scolpì questa frase:

«Questi sono i valori che ispirano quegli audaci lavoratori in Polonia…Essi ci ricordano che dove liberi sindacati e contrattazione collettiva sono proibiti, la libertà è persa»

Qualcuno informi il governatore del Wisconsin, Scott Walker, impegnato in una strenua battaglia per rimuovere la contrattazione collettiva sui benefit dei lavoratori dello stato, che peraltro pare non essere alla base del deficit nei conti pubblici locali, soprattutto se si dovesse attuare una correzione strutturale passando da piani a benefici definiti ad altri a contribuzione definita, simili ai 401(k).

Oggi Ronald Reagan avrebbe compiuto 100 anni. E’ stato davvero tutto quello che siamo abituati a leggere ed a sentire di lui? Chi scrive ha un vivido ricordo di robuste dissonanze tra la retorica e la realtà, e ne ritrova le radici nelle considerazioni di Murray Rothbard, così come citate da Jeff Riggenbach sul sito del Mises Institute, fonte che dovrebbe effettivamente autorizzare qualche dubbio sull’agiografia reaganiana.

E’ di queste settimane il furioso dibattito sul presunto, progressivo scivolamento degli Stati Uniti verso il socialismo, a causa di progetti di bilancio elaborati dall’Amministrazione Obama. L’attuale era viene comparata all'”età dell’oro” reaganiana, quella in cui la spesa pubblica federale veniva disboscata senza pietà. Riguardo Obama, la sua azione è caratterizzata da luci ed ombre, di cui tentiamo di dare conto su base regolare. Finora si può affermare che l’attuale crisi riduce enormemente i gradi di libertà di qualsiasi amministrazione, rendendo inevitabile un robusto aumento del rapporto tra debito pubblico e Pil, come nel resto del mondo; che il giudizio sull’operato di Obama deve necessariamente focalizzarsi non tanto sull’attuale rapporto deficit/Pil quanto sulla capacità del presidente di riportare i conti verso il pareggio quando l’economia si sarà ripresa. Ad oggi, le proiezioni del Congressional Budget Office non sono rassicuranti indicando che, anche con la crescita a pieno impiego, il rapporto deficit/Pil non riuscirà a scendere sotto il 4 per cento. La responsabilità fiscale di Obama, quindi, dovrà essere dimostrata nei prossimi anni. Ma quello che ci preme evidenziare è che a volte la memoria gioca brutti scherzi: scorrendo i dati storici, infatti, pare proprio non rinvenirsi traccia del Reagan “grande potatore” della spesa pubblica.

Leggiamo le motivazioni del rinvio alle Camere della legge di modifica del codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento:

“Rispetto al principio che informa di sé la legge approvata, e cioè l’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento, due norme appaiono contraddittorie: l’articolo 577 del codice di procedura penale – si legge nel testo – continua a prevedere la impugnazione delle sentenze di proscioglimento per i reati di ingiuria e diffamazione, senza specificare se essa riguardi anche l’appello; l’articolo 597, comma 1, lettera b) dello stesso codice, continua a individuare i poteri del giudice nel caso di appello riguardante una sentenza di proscioglimento, appello escluso dalle modificazioni ora introdotte.

È altresì necessario tener presente che l’articolo 26 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n.274, sulla competenza penale del giudice di pace, continua a consentire l’appello del pubblico ministero contro alcuni tipi di sentenze di proscioglimento.”

Appare quindi che il legislatore si è “dimenticato” di intervenire in modifica di tutti quegli articoli del codice di procedura penale che avrebbero potuto generare difformità rispetto alla nuova legge, da cui sarebbero funzionalmente dipesi. In caso di promulgazione, questa legge sarebbe stata rapidamente impallinata dalla corte costituzionale.