Lentamente ma inesorabilmente, prosegue la disseminazione dell’informazione sulla proposta di legge legastellata sul ricalcolo delle pensioni cosiddette d’oro, di cui vi ho dato conto qui. Oggi su Repubblica ci sono un paio di esempi interessanti che illustrano il tipo di punizione prevista per i plutocrati con rendite pensionistiche “elevate”, ma -ribadiamolo- che nulla c’entra il ricalcolo contributivo, contrariamente a quanto proclamato ad esempio dal vicepremier Luigi Di Maio. Forse finirà in nulla, per manifesta stupidità del meccanismo. O forse no.

Nei giorni scorsi è stato presentato un progetto di legge di iniziativa di due deputati (uno leghista ed uno pentastellato) relativo al ricalcolo delle cosiddette “pensioni d’oro”, che poi sarebbero quelle oltre i 4 mila euro netti mensili. Come noto, il M5S punta molto sul “ricalcolo” delle pensioni più ricche, per assegnare fondi alle minime e portarle alla famosa “soglia di cittadinanza” di 780 euro, che ad oggi resta irraggiungibile. La cosa interessante è il criterio di ricalcolo contenuto nella proposta di legge.

Il mese di agosto è, per tradizione, quello in cui le forze politiche sparano più idiozie del solito, oltre che quello in cui i giornali devono saturare la foliazione di luoghi ancor più comuni del solito. Quest’anno la situazione è simile ma differente. Perché abbiamo un esecutivo che danza sull’orlo di un vulcano attivo, perché si è già innescata una copiosa fuga di capitali dall’Italia, perché le iniziative legislative sono qualcosa di demenziale, ad essere gentili, e perché le dichiarazioni alla stampa hanno frequenza direttamente proporzionale al tasso di stupidità delle medesime.

Mentre Luigi Di Maio insiste con la sua canzoncina del taglio alle “pensioni d’oro”, la realtà bussa alla porta, ma per sublime ironia si annuncia per bocca del padre della controriforma della legge Fornero, quella che vorrebbe Quota 100 per il ritorno trionfale delle pensioni di anzianità. Direi che la maionese è ormai abbondantemente impazzita.

Pensate quanto è dura la vita, se siete la prima forza di un governo populista, la cui funzione (per definizione) è quella di drogare le aspettative di milioni di gonzi che vi credono e pendono dalle vostre labbra, ed al contempo vi trovate la seconda forza di coalizione, che ha una consistenza elettorale pari a metà della vostra, guidata da un personaggio in trance agonistica che ogni giorno rilancia forsennatamente sullo scibile umano, travestendosi da ministro dei trasporti, della Salute, dell’Economia, della Giustizia. Una vera vita d’inferno, signora mia.

In attesa che il governo gialloverde prenda le prime decisioni pesanti, qualificanti e caratterizzanti il Contratto, ieri sono stati pubblicati i risultati di una simulazione col nuovo metodo di “quota 100”, come previsto da Alberto Brambilla, esperto previdenziale e consigliere della Lega per la riforma. Sono cose già note, in particolare le avevo tratteggiate qui, quando parlavo di nuove pensioni da fame nera e vera, ma è utile ribadirle con qualche dettaglio aggiuntivo.

Mentre oggi il governo Di Maio-Salvini entrerà nella pienezza della propria legittimazione parlamentare, con il discorso programmatico e la fiducia al Prestanome del Consiglio Giuseppe Conte, pare siano già iniziati i negoziati con la realtà del nuovo governo gialloverde, e si preannunciano tutt’altro che semplici.

Ieri il presidente Inps, Tito Boeri, ad un evento pubblico, ha ricordato che il costo effettivo di consentire l’uscita pensionistica al raggiungimento di quota 100, come somma di anni di contribuzione ed età anagrafica, determinerebbe a regime un aggravio annuo per i conti pubblici di 20 miliardi di euro. Per contro, nel programma-Contratto della nuova maggioranza legastellata, si parla di maggiori oneri per “soli” 5 miliardi annui. Chi avrà ragione?

Giorni addietro, Inps ha pubblicato i dati 2017 del suo Osservatorio sulle pensioni. Da cui pare di potersi evincere che la mitologica separazione tra spesa previdenziale ed assistenziale, brandita da molti come ennesimo proiettile d’argento per non toccare o addirittura per allentare le maglie dei requisiti di pensionamento da lavoro, è in realtà l’ultimo autoinganno Made in Italy, mentre uno sguardo alle proposte di Lega e M5S sulla materia ci garantisce un futuro assai gramo, come da attese.