In Brasile, il presidente Michel Temer sta cercando di porre un freno alla vivace dinamica della spesa pubblica, che è praticamente incastonata nella costituzione del paese sotto forma di entitlements, quelli che noi italiani chiamiamo “diritti acquisiti”. La strategia ha preso corpo attraverso la modifica costituzionale che ha previsto per i prossimi vent’anni aumenti di spesa pubblica non superiori al tasso d’inflazione, cioè a crescita reale pari a zero. Ma dopo la cornice, servono tela e dipinto. Ecco quindi che Temer ha presentato una riforma del generoso sistema pensionistico brasiliano, che sta già provocando rabbia e tensioni.

Pare esservi accordo, tra governo e sindacati, su alcune misure a beneficio dei pensionati. Del resto, in uno dei paesi più anziani al mondo, è fatale che la constituency degli ex lavoratori (e di quanto aspirano a diventarlo il prima possibile) rappresenti una lobby molto potente. Il problema è quando alcune misure, pur in astratto opportune, vengono snaturate al punto da destabilizzare il sistema e danneggiare ogni tentativo di riformare un welfare ampiamente fallito. Andrà così anche stavolta?

All’indomani del patriottico annuncio del presidente di Adepp ed Enpam, Alberto Oliveti, che ha accolto la richiesta del governo per un obolo da 500 milioni in Atlante 2, il veicolo che comprerà le sofferenze di MPS (e di nessun altro, si noti), ed in attesa che le singole casse previdenziali professionali si pronuncino nel merito, si registra il no forte e chiaro, a mezzo di un comunicato, della Adc, sigla sindacale dei dottori commercialisti. Perché le criticità di questa operazione sono molte e variegate, allo stesso modo in cui il modo convulso ed emergenziale con cui il governo sta tentando di metterla in piedi resteranno nei libri di storia patria come preclaro esempio del perché l’Italia è fallita.

Su Repubblica, un articolo di Valentina Conte indica quanto è accidentata la strada della flessibilità pensionistica che il governo Renzi sta cercando di attuare, per dare un contentino ai sindacati. Un’autentica quadratura del cerchio, tra oneri potenziali per le casse pubbliche che rischiano di sfondare i preventivi e la falcidie della rendita pensionistica, con un debito che pende sul capo del pensionato per il resto della sua speranza di vita, ed oltre. Su tutto, il puntello dell’intervento del sistema bancario che sul piano estetico non è il massimo della vita. Ma a questo giro, al netto di una qualche faciloneria di troppo, il governo non pare avere troppe colpe.

Come ormai sanno anche i paracarri, in Italia è divenuta questione di vita o di morte “fare affluire”, “canalizzare” o altra immagine idraulica, il denaro dei risparmiatori verso le imprese, meglio se piccole e medie. Ormai ne parlano anche nelle previsioni del tempo, è la nuova crociata nazional-popolare, il proiettile d’argento che ci salverà dalla perdizione. Nel frattempo, si scoprono gli arcinoti problemi della previdenza complementare volontaria, come ad esempio l’interruzione dei versamenti causa crisi, ma anche l’esosità della pressione fiscale sullo strumento previdenziale integrativo. Gli scopritori di queste criticità tendono ad appartenere allo stesso gruppo di quelli che li hanno provocati.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Dopo un inizio anno molto negativo ed il recente recupero, volatilità ed incertezza sono tornate a dominare i mercati finanziari. Una congiuntura globale incerta e frequenti revisioni al ribasso delle stime di crescita globale riducono la visibilità dei gestori di portafoglio e spingono a chiedersi se i motori che hanno spinto le quotazioni negli ultimi anni non siano ormai spenti. In altri termini, se l’ipotesi di grande stagnazione rilanciata tra gli altri dall’ex ministro del Tesoro di Bill Clinton ed ex rettore di Harvard, Larry Summers, sia all’opera e che impatto possa avere sugli investimenti.

Dopo la presa di posizione di Matteo Renzi contro la proposta Boeri di intervento sulle pensioni retributive eccedenti i 3.500 euro per contribuire a finanziare un sussidio minimo vitale per i disoccupati poveri over 55, ecco giungere anche Pietro Ichino, antico alfiere del rigore pensionistico contro i “retributivi”. Era puro e duro, Ichino: soprattutto lo era durante la fase più pesante della crisi. Ora ha sposato appieno il claim renziano della fiducia, come si diceva un tempo per i formaggi Galbani. Lecito, per carità: solo i cretini non cambiano mai idea; l’Italia è patria di soggetti con un quoziente intellettivo stratosferico che letteralmente esplode, quando i medesimi vanno al governo o raggiungono qualsivoglia stanza o stanzetta dei bottoni e bottoncini.