Nel tardo pomeriggio di ieri il premier si è presentato ai giornalisti per illustrare la manovra correttiva 2011-2012. Ed ha esordito leggendo diligentemente un comunicato, forse scritto (certamente ispirato) da Tremonti stesso. E’ utile decrittare il messaggio contenuto in questa informativa, potrà servire per demistificare alcune leggende metropolitane che continuano ad esserci somministrate quotidianamente.

«In generale, il periodo 2000-2008 è caratterizzato da un trend crescente della spesa in rapporto al Pil, che passa dal 46,2 per cento del 2000 al 49,3 per cento del 2008, con una media pari al 48,2 per cento. Anche la spesa primaria, ovvero la spesa complessiva al netto degli interessi, mostra un andamento crescente per gli anni in esame: i valori registrati nel 2000 e nel 2008 sono pari, rispettivamente, al 39,9 per cento e al 44,1 per cento del Pil» – (Istat, rapporto sulla spesa delle Amministrazioni pubbliche, 21 gennaio 2010)

«Dobbiamo essere soddisfatti di essere riusciti a non mettere nuove tasse, a non mettere, come si dice, le mani nelle tasche degli italiani» – (Silvio Berlusconi, 22 gennaio 2010)

Brad Setser illustra con alcuni grafici la caratteristica dell’espansione dell’intervento pubblico durante questa crisi: sostituire debito pubblico al debito privato in rapida contrazione. Famiglie ed imprese tentano simultaneamente di ripagare il debito, e ciò determina il concretizzarsi del “paradosso del risparmio”, ovvero della deflazione del debito. In assenza di intervento compensativo pubblico, la corsa al rimborso delle passività causa un crollo del livello di attività, che causa un aumento della disoccupazione, che causa una riduzione del reddito, che deprime ulteriormente la domanda, che provoca una disinflazione che sfocia nella deflazione, aumentando il valore reale del debito, stringendo ancora più forte il cappio intorno al collo dell’economia. L’intervento pubblico tenta quindi di colmare il buco di attività causato dall’aumento del risparmio.

Ieri, presso la sede della Corte dei conti,  si è tenuto il giudizio di parificazione del Rendiconto generale dello Stato relativo all’esercizio finanziario 2006. In soldoni, la Corte dei conti ha espresso il proprio giudizio di congruità sulle dinamiche dei conti pubblici. Della relazione del presidente Fulvio Balsamo, riteniamo utile segnalare ai nostri eroici lettori alcuni passaggi che bene illustrano l’ampiezza del cosiddetto “risanamento” attuato dal governo Prodi nell’ultimo anno. Naturalmente, sentitevi liberi di rigettare in radice questi rilievi critici. Come si inferisce da recenti prese di posizione del governo, esternate per il tramite del Ministro dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa, la Corte dei conti è una sentina di pendagli da forca, dove si solito si tenta di inviare al confino pericolosi sovversivi neo-piduisti, colpevoli di aver tenuto “un comportamento inqualificabile, mostrato una gestione personalistica del Corpo” da essi guidato, con “gravi manchevolezze di trasparenza e di comunicazione, opacità e scarsa lealtà“. Perché preoccuparsi dei giudizi emessi da una simile Cayenna? In caso vi interessi proseguire comunque nella lettura, ecco una guida ragionata degli inequivocabili successi del governo Prodi in materia di finanza pubblica, per il bene dell’Italia:

Secondo Juergen Stark, membro del comitato direttivo della Banca Centrale Europea, alcuni governi europei potrebbero tagliare la propria spesa pubblica di oltre un quarto e riuscire ancora a fornire servizi pubblici di elevata qualità. Secondo il banchiere centrale, che è consapevole che la sua analisi potrebbe essere vista come un’ingerenza nella sovranità della politiche fiscali nazionali, il taglio della spesa pubblica dall’attuale media del 47.6 per cento del pil ad un 30-35 per cento potrebbe spingere la competitività in Europa permettendo ai governi di continuare a fornire servizi pubblici di qualità. Il punto centrale dell’analisi di Stark è il recupero di efficienza nell’erogazione di servizi pubblici, e quindi della pubblica amministrazione. Per Stark, la riduzione della spesa pubblica senza depauperare la qualità dei servizi sarebbe anche funzionale alla riduzione della pressione fiscale e fornirebbe incentivi all’offerta di lavoro e d’impresa, oltre ad attrarre investimenti diretti esteri.